
Pubblichiamo l’intervista di Augusto Caraceni pubblicata su “Milano Sette”, inserto domenicale di Avvenire in Lombardia
Si è riaperto il dibattito sul tema del fine vita dopo la notizia, a fine agosto, della morte di un uomo che nove mesi prima si era rivolto al Servizio sanitario lombardo per poter essere accompagnato al fine vita. Ne parliamo con Augusto Caraceni, professore associato presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia della Statale di Milano e direttore della Struttura complessa di Cure palliative presso l’Istituto nazionale dei tumori.
Con quale atteggiamento guarda al dibattito sul fine vita?
«Con uno spirito abbastanza ambivalente, direi. Noi che ci occupiamo di cure palliative abbiamo evidentemente per missione professionale l’accompagnamento delle persone nella fase finale della vita. Ma non solo questo, perché le cure palliative possono partire molto prima e confrontarsi anche con la malattia, quando questa può ancora essere oggetto di trattamento: questo ha tantissimi risvolti. Il fatto di poter conoscere le persone durante la loro malattia e accompagnarle è quello che poi aiuta anche a gestire le fasi finali della vita. Quindi, per poter parlare di queste decisioni, bisognerebbe conoscere le storie personali delle persone che arrivano a questo genere di decisione. D’altra parte, provo tristezza verso chi è dovuto arrivare a una risoluzione di questo tipo. Oltre al senso di fallimento delle modalità assistenziali, sociali e del sistema sanitario, che evidentemente non è riuscito a venire incontro alle sofferenze di queste persone».
C’è un tema di «buco legislativo» in materia?
«Certamente un percorso legislativo più chiaro permetterebbe, se non altro, di razionalizzare, di approfondire cosa si intende davvero con alcune terminologie che si utilizzano e di definire meglio le responsabilità delle persone coinvolte».
È possibile trovare qualche risposta nelle cure palliative?
«Sì, assolutamente. Questo è un discorso di buon senso, che per fortuna è condiviso da tutti: evidentemente queste decisioni, che si tratti di suicidio assistito o di eutanasia, non devono in alcun modo essere il risultato di un’inadeguata prestazione di cure palliative, o di sofferenze che potrebbero essere lenite e che così non sono, o di modalità assistenziali che dovrebbero essere disponibili e non lo sono, o non sono note alle persone che attraversano queste fasi così difficili della malattia e della vita. Si dice che le cure palliative possono provvedere a un accompagnamento adeguato e, nella mia esperienza ormai pluridecennale in questo lavoro, mi pare di poter testimoniare che sia così, nonostante i percorsi siano a volte complessi e accidentati. Non si può dire che tutto sia sempre facile, e così non è perché la vita non è facile, la malattia non è facile e anche il fine vita può presentare difficoltà. Ma il supporto delle cure palliative, le modalità assistenziali, i percorsi che si possono prevedere, al domicilio, in hospice o anche in ospedale, sono sicuramente estremamente efficaci».
Iscriviti alla newsletter settimanale gratuita di “è vita”: basta cliccare qui.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





