«Quando mi hanno detto: hai un tumore»
di Anna Porchetti
Il diario interiore dalla scoperta di essere malata oncologica, con la tentazione di negare e rimuovere persino il nome del "brutto male", all’accettazione della realtà come scoperta di una vita vera e piena proprio nella nuova condizione. Passando per una fede che si “accende”

Al Papa è stato asportato un tumore. Della malattia ha parlato lui stesso all’Angelus dell’11 ottobre. Dopo l’intervento è tornato a casa. Domenica si è nuovamente affacciato per l’Angelus, e ha ringraziato i fedeli per vicinanza e preghiere. Ieri il ritorno in piazza San Pietro per l’udienza generale. Quello che mi ha colpito è stata la naturalezza con cui ha deciso di parlare del suo male. Una naturalezza che molti di noi, appartenenti al “club del Cancro”, abbiamo trovato a fatica. O non abbiamo trovato proprio.
Io stessa, lo ammetto, ci ho messo del tempo a dire a me stessa: sì, c’è un problema. Questo problema ha un nome. Cinque lettere: cancro. E no, spoiler, l’oroscopo non c’entra.

Per tutta una vita o quasi ho sentito trattare il cancro come l’Innominabile. Menzionato con una serie di giri di parole: brutta malattia, male incurabile, diagnosi che non dà scampo. Parole sussurrate, quasi che evocare la malattia fosse di per sé pericoloso. L’ho imparato subito: la prima regola del club del Cancro è che non si parla del club del Cancro. La seconda regola del club del Cancro è che non si parla neanche del cancro.
E invece, questa brutta malattia ha un nome. E già chiamarla col suo nome, in un certo senso, la rende meno astratta, meno inafferrabile. Il cancro è un ospite subdolo, silenzioso. Si muove nell’ombra, senza tradire la sua presenza. Chiamandolo col suo nome, smette di essere una entità astratta e diventa una realtà quotidiana, con cui confrontarsi.
La prima reazione, nel mio caso, è stata lo stupore. Come sarebbe che ho un cancro? Ma se io mi sento benissimo! Sono sana come un pesce, da anni non ho nemmeno un raffreddore. E poi, nella mia famiglia, sono tutti in salute, nessuno ha mai avuto niente del genere.
Poi è arrivata la fase della negazione. Deve esserci certamente un errore! Un caso di malasanità. Avranno sbagliato, magari scambiando le mie analisi con quelle di qualcun altro. Il fatto è che pensiamo che il cancro, come l’accertamento del fisco, le multe dell’autovelox e la sfortuna, riguardi sempre qualcun altro.
Quando è arrivata la conferma, netta, inevitabile, schiacciante, è cominciata la fase del senso di colpa. A quel punto, ti chiedi: cosa ho fatto, per farmi venire il cancro? Dove ho sbagliato? Avrei dovuto mangiare meglio? Fare più attività fisica? Fare il pieno di vitamine, granuli omeopatici, fiori di Bach, frutti, cantanti e città?
Spesso, di fronte a un male grave, pensiamo che sia colpa nostra. Abbiamo bisogno di pensarlo, per dare un senso alla malattia, per trovarle una spiegazione che ce la renda più comprensibile. Ma la malattia non è un castigo per i nostri errori. Non serve cercare una colpa, per accettare la realtà. Non ci ammaliamo perché Dio si è distratto e ha guardato da un’altra parte. O perché ci presenta il conto dei pettegolezzi sui colleghi, o delle Messe di precetto saltate per andare al mare.
Semplicemente, tutti noi, prima o poi, ci troviamo davanti a una prova. Ciascuno ha la sua: c’è chi ha problemi economici, chi familiari, chi perde persone care, e infine anche chi si ammala.
Una volta che ho preso coscienza della situazione, il sentimento dominante è stato l’incertezza, il senso di precarietà. Cosa succederà adesso? Il mio cancro sarà operabile? Lo elimineranno tutto? Dovrò fare delle cure? Sarà doloroso? Ce la farò a guarire? E se no, quanto mi resta? Faccio in tempo a vedere la laurea della figlia più piccola, a battezzare il primo nipote, a finire di pagare il mutuo?
È tutto normale, ovviamente, ma non è utile. La prima lezione che il cancro mi ha dato è che non ha senso che mi angosci in anticipo. In verità, avrei dovuto già saperlo, era tutto scritto nel Vangelo di Matteo, nero su bianco: «E chi di voi può, con la propria ansietà, aggiungere un’ora sola alla durata della sua vita? Non siate dunque in ansia per il domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno» (Mt 6, 27.34).
Sì, la teoria la sapevo, ma non ci avevo mai pensato davvero. Ero troppo presa a organizzare un futuro che credevo fosse garantito, io che, di solito, quello che dovrei fare oggi lo rimando sempre a domani, e magari anche a dopodomani o alla prossima settimana. Invece, ho dovuto digerire l’idea che i nostri giorni sono contati.
Finalmente ho capito cosa voleva dire davvero san Matteo, forte e chiaro. Non per niente è il mio evangelista preferito (senza offesa per gli altri).
È vero, certi giorni si portano un bel carico da novanta di pena, e proprio non si può investire nemmeno un briciolo di energie a pensare più avanti. E questo, in effetti, è un grande dono. Il passato è passato, il futuro, con le sue ombre, non c’è ancora. Il presente invece, ci appartiene. E la cosa migliore che si possa fare è viverlo al meglio, con le cose belle e buone che può dare. Lo cantava anche il salmista: «Questo è il giorno fatto dal Signore, rallegriamoci ed esultiamo in esso» (Sal 118, 24). È il Salmo 118, una vera chiamata al 118 per i cuori afflitti. Io ne ho fatto la mia hit preferita. Certo, ci sono momenti in cui l’invito a rallegrarsi sembra difficile da accogliere. In quei giorni trovare qualcosa di positivo è una specie di caccia al tesoro. Per riuscirci, tocca andare a ripetizioni da san Paolo. Lui è l’apostolo che, quando il gioco si fa duro, comincia a dare ottimi consigli di gioco. San Paolo scrive ai Tessalonicesi (ma vale pure per noi) di stare sempre lieti, pregare incessantemente, rendere grazie per tutto. E soprattutto «esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono» (1Ts 5,16-21)
Per un sacco di tempo ci ho riflettuto. Proprio non capivo. Cosa ci può essere di buono nell’avere il cancro? Non per mancanza di fiducia, eh, san Paolo. Ma mi pareva davvero troppo difficile. Un consiglio livello pro, per una che ha una fede livello base.
Poi ho trovato la risposta: il buono è la vita. La malattia non le toglie valore. Al contrario, la sua fragilità la rende ancora più preziosa. Probabilmente è questo il buono da tenere. Il cancro mi fa custodire la mia vita e amarla per quello che è, senza idealizzarla, senza volerla diversa, senza desiderare quella degli altri. Posso apprezzare tutte le piccole cose a cui prima non davo peso, perché mi illudevo di essere eterna e di dovermi occupare solo dei massimi sistemi. È vero, a volte vorrei avere il tasto di scorrimento veloce, quello dei vecchi videoregistratori, per risparmiarmi qualche momento di dolore e andare avanti. Forse anche Gesù, nell’orto del Getsemani, avrebbe voluto il tasto per andare avanti veloce, anche se, tecnicamente, gli evangelisti non lo hanno scritto. Ma, messo da parte questo pensiero, ho capito che tutto quello che ci capita è vita, unica e irripetibile. Scorrere veloce – se anche fosse possibile – ce ne farebbe perdere un pezzo. L’altra grande lezione che il cancro mi ha dato è che la croce non si affronta facendo lo slalom per evitarla, né cercando di girarci intorno. Quando arriva, per quanto possibile, serve abbracciarla. E, siccome abbiamo bisogno di trovare un senso alla sofferenza, il modo per renderla feconda è offrirla a Dio. Così so a chi la affido, e che non andrà persa.
Questo giro, Signore, lo offro io. Vale per tutte le volte che hai offerto tu.
Lo diceva anche san Paolo – il mio coach preferito – che tutto concorre al bene. Questo non significa che tutto andrà come desideriamo, perché Dio non è il genio della lampada. Vuol dire però che possiamo affidare a Dio anche ciò che non capiamo. E che ci sarà un lieto fine, anche se non necessariamente in questa vita. Persino quando, per i criteri umani, sembra di essere arrivati alla fine, il meglio deve ancora venire.
L’autrice è blogger (www.annaporchetti.it) e scrittrice (“Amatevi finché morte non vi separi”, edito da Effatà, e il recente “Il cristiano è un lavoro duro, ma qualcuno lo deve pur fare”, San Paolo)
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