«Noi, eredi dello sguardo di Carlo Casini. Anche senza averlo conosciuto»
A Loreto la Giornata di spiritualità ispirata al pensiero e alla testimonianza dell’iniziatore del Movimento per la Vita ha mostrato la responsabilità di chi ne avvicina l’insegnamento sulla vita: accogliere, portare e dare luce

Due giorni intensi di fede, memoria e testimonianza hanno segnato a Loreto la terza Giornata di spiritualità dedicata a Carlo Casini, figura che continua a parlare al cuore di tanti attraverso il suo instancabile impegno per la vita e la dignità umana.Non ho conosciuto Carlo Casini di persona. Non ho stretto la sua mano, non ho ascoltato la sua voce dal vivo, non ho incrociato il suo sguardo mite e fermo. Eppure, in questi giorni a Loreto, nella Sala Paolo VI, ho avuto la sensazione netta di camminare accanto a lui.
È una sensazione che nasce quando la vita di qualcuno è così piena, così consegnata, così vera, da superare i confini del tempo e della conoscenza diretta. Carlo è uno di quei rari uomini che si possono “incontrare” attraverso ciò che hanno scritto, ciò che hanno detto, ciò che hanno lasciato. E soprattutto attraverso ciò che hanno amato.

Ci siamo riuniti davanti alla Santa Casa, una casa piccola, fragile, trasportata dal vento e custodita dagli angeli. Una casa dove una giovane donna ha detto “sì”, e quel sì ha cambiato la storia del mondo. L’arcivescovo di Loreto, monsignor Fabio Dal Cin, ci ha ricordato che questa Casa è “la Casa di tutte le famiglie”, una casa che ha conosciuto gioie e fatiche, lacrime e risate, come tutte le nostre case. La vita di Carlo è stata un lungo, instancabile “sì”. Un sì alla verità, alla giustizia, alla dignità di ogni essere umano. Un sì che non ha mai ceduto alla paura, né al calcolo, né alla convenienza.
Ho letto i suoi testi, le sue meditazioni, le sue parole pronunciate nei momenti più difficili del dibattito pubblico. E ogni volta ho percepito la stessa cosa: una fede che non era teoria, ma carne. Una fede che non era rifugio, ma responsabilità. Una fede che non era intimismo, ma missione.

A dare voce a questa eredità sono stati tra gli altri Luisa Santolini, don Emilio Rocchi, suor Maria Gloria Riva, il poeta Davide Rondoni, intervistato da Francecso Ognibene, Paola Binetti, Marco Caponi, Valerio Ciprì Lode, Daniela Notarfonso, Anna e Alberto Friso. Don Emilio Rocchi, ricordando il prologo del Vangelo di Giovanni – «In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini» – ha detto che Carlo è stato un uomo conquistato da questa luce, progressivamente e totalmente. Io che non l’ho conosciuto posso dirlo solo così: nei suoi scritti la luce si vede. Si vede nella precisione del pensiero, nella tenerezza dello sguardo, nella radicalità mite delle sue parole. Si vede nella sua capacità di parlare della vita come di un miracolo quotidiano, mai scontato, mai banale: «Il concepimento di un uomo è il vero big bang», scriveva.E ogni volta che leggo questa frase sento che la vita si allarga, si dilata, si riaccende.

Nelle giornate lauretane la vita è stata narrata attraverso l’arte, la poesia, la musica, la famiglia. E in ogni linguaggio, in ogni voce, in ogni testimonianza, Carlo era lì. Nelle parole di chi lo ha conosciuto, certo. Ma anche – e forse soprattutto – nelle storie di chi ha incontrato la vita grazie a un gesto, una canzone, un sorriso, una scelta.
La storia di Pat, la ragazza salvata da una canzone, ha davvero colpito. «Mi sono sentita amata... e quelle parole mi hanno tirato dall’altra parte della riva, dove c’è la vita». È questo, in fondo, ciò che Carlo ha fatto per decenni: ha tenuto per mano persone mentre qualcuno oggi le traghetta dall’altra parte della riva. Ha portato luce dove c’era buio. Ha restituito nome, volto, dignità a chi non ne aveva. Quando si ascolta la vita di un uomo così, si capisce che la sua eredità non è un patrimonio da conservare, ma una chiamata da accogliere. Non si eredita la sua forza né la sua intelligenza, né la sua tenacia. Si eredita il suo sguardo. Si eredita il suo modo di stare nel mondo. Si eredita la sua capacità di dire “sì” ogni giorno, anche quando costa, anche quando non conviene, anche quando sembra inutile.

Rocchi ci ha ricordato che ora tocca a noi: «C’è molto che ciascuno di noi può fare». E io sento che questo “molto” non è un peso, ma un invito. Un invito a non accontentarsi della mediocrità. A non lasciarsi intimidire. A non smettere di credere che ogni vita meriti tutto. Non ho conosciuto Carlo Casini ma dopo queste due giornate posso dire che l’ho incontrato. L’ho incontrato nella sua luce, nella sua umiltà, nella sua passione, nella sua capacità di unire fermezza e bontà. L’ho incontrato nella gratitudine di chi gli deve la vita. L’ho incontrato nella Santa Casa, dove ogni sì diventa storia.
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