Stefano Turchi, l’ala destra che non smette di correre contro la Sla

Amore per il calcio e voglia di vivere per non arrendersi al progresso della malattia e alla solitudine. Parla l'ex calciatore dell'Ancona
May 10, 2026
I sindaci della Bergamasca in una manifestazione di solidarietà a Stefano Turchi  nel 2023 / Aisla Bergamo
I sindaci della Bergamasca in una manifestazione di solidarietà a Stefano Turchi nel 2023 / Aisla Bergamo
Ieri mattina si è svolta l’udienza dell’Aisla in Vaticano con i malati, i familiari e i volontari. Dal Pontefice il richiamo a un’alleanza nella cura: «Nessuno venga lasciato solo».
La solitudine dell’ala destra si combatte con un’infinita voglia di vivere e con l’amore, anch’esso senza fine, per il calcio. Così, Stefano Turchi, pistoiese classe 1969, ala tornante cresciuto calcisticamente nel Prato e che con l’Ancona nella stagione 1991-‘92 conquistò la prima storica promozione in Serie A del club marchigiano, da 22 anni si difende dagli attacchi quotidiani del peggiore avversario che abbia mai incontrato sul suo cammino: la Sla (Sclerosi laterale amiotrofica). I segnali della malattia arrivarono poco dopo l’ultima stagione in campo, con i dilettanti della Romanese, club della bergamasca dove Turchi risiede, a Castelli Calepio. «Io che avevo sempre corso a cento all’ora, d’un tratto mi sono trovato a rallentare quando parlavo e il passo si era fatto di colpo incerto. Eppure la mia, come mi spiegò il dottor Virgilio Bonito che mi ha in cura all’Ospedale Riuniti di Bergamo, è una forma di Sla meno aggressiva rispetto a quella che ha portato alla morte di Stefano Borgonovo, Gianluca Singnorini…». Una lista luttuosa continuamente aggiornata che comprende oltre 60 calciatori professionisti, che, dal 1971 ad oggi, sono stati vittima di quello che Avvenire fin dagli inizi del nuovo millennio ha definito il “Morbo del pallone”, perché l’incidenza è 25 volte superiore rispetto al resto della popolazione che non ha praticato il calcio a livello più o meno professionistico. Un Morbo contro il quale Stefano, che per vocazione rimane un giocatore d’attacco, ha dovuto ripiegare in difesa.
«Quando all’Istituto Besta di Milano mi diagnosticarono la Sla, la mia prima reazione fu di chiusura, applicai il catenaccio. Restavo sveglio tutta la notte a fissare il soffitto e a rivedermi mentalmente il film della mia vita. Ero ossessionato dai dubbi: cosa aveva potuto scatenare quella malattia che all’improvviso bloccava il mio corpo? In tutti questi anni ho sentito parlare della possibile causa dovuta ai pesticidi e alle acque inquinate usate sui campi di calcio. Ma la multifattorialità della Sla mi hanno detto che potrebbe derivare anche dai traumi provocati dagli scontri di gioco e dai farmaci, di cui i calciatori della mia generazione hanno sicuramente abusato in carriera. Io mi infortunavo spesso e per recuperare in fretta ho consumato dosi massicce di antidolorifici, ricordo che mi riempivano di Voltaren e Muscolin». Frotte di farmaci, ricorrenti anche nell’inchiesta sulle malattie e le morti misteriose che aprì la Procura di Torino oltre vent’anni fa. «Sono stato sentito anch’io a Torino dal giudice Raffaele Guariniello, il quale venne a sapere della mia malattia, ma all’epoca le uniche risposte che potevo fornirgli erano le sensazioni di rabbia e paura mista alla vergogna. Non accettavo la condizione di ex calciatore, di uomo, di padre di una bambina (oggi la mia Sara ha 24 anni) che camminava tutto storto e non era più quell’atleta sano e forte che tutti conoscevano». Quelli furono davvero i giorni della solitudine dell’ala destra, fino alla scoperta che quel “Morbo”, non più raro, e ancora molto oscuro per la Medicina, contava già 500 malati in Lombardia e oltre 5mila in Italia, dati anche questi in costante aggiornamento. Stefano un giorno dopo l’altro prende coscienza della malattia e l’affronta a muso duro, da combattente grintoso, allenato a tutte le sfide possibili. «Ho messo da parte l’istinto dell’ex calciatore e ho cominciato a ragionare. Oggi ho trovato un equilibrio che mi permette di affrontare i dolori fisici che mi causa la malattia e gli improvvisi peggioramenti. E anche i dolori dell’anima – come la separazione da mia moglie – e un quotidiano pieno di difficoltà, in cui però già il potermi ancora muovere in casa con il deambulatore e l’essere andato ad abitare in un appartamento vicino a mia figlia, allevia un po’ tutti i patimenti con cui ho imparato a convivere».
Stefano non cede mai al pessimismo, parla con un tono ancora squillante e cristallino (la Sla di solito colpisce duro la favella) e soprattutto conserva l’entusiasmo dell’eterno calciatore al debutto. «Da dodici anni sono responsabile del settore giovanile del Brusaporto, una società di serie D. Vado al campo tutti i giorni con la mia macchina dotata degli appositi comandi per la disabilità. A proposito: mi hanno appena rinnovato la patente per i prossimi due anni. Seguo gli allenamenti e le partite dei ragazzi dalla carrozzina». E l’unica partita in cui la carrozzina era rimasta parcheggiata dietro all’auto gli è costata una violenta aggressione da parte di due genitori che lo hanno preso a calci e pugni. «Gli avevo solo detto che non potevano entrare in campo e quelli hanno cominciato a menare. È stato terribile, mi hanno mandato all’ospedale e se non fossero intervenuti altri genitori mi avrebbero ammazzato di botte. Li ho denunciati e per principio non ho accettato il patteggiamento ora aspetto che la giustizia faccia il suo corso».
È l’unico momento in cui Turchi si fa serio e preoccupato: «In tribuna si sentono e si vedono ancora delle situazioni vergognose. Non c’è più un’etica e le vittime sono i ragazzi, i quali spesso chiedono al genitore, che pressa e che ha delle aspettative spropositate, di non venire allo stadio, perché sanno che basta il minimo accidente per scatenare una guerra, in campo e fuori. È tutto un litigare e a mie spese ho dovuto imparare a difendermi mettendomi in un angolino per guardare in santa pace la partita». Una presenza rassicurante quella di Stefano a bordo campo che i ragazzi riconoscono. Apprezzano i gesti e le parole del saggio dirigente Turchi, un piccolo eroe esemplare del pallone. «Con la squadra, così come con la mia onlus “Amici di Stefano Turchi”, faccio quello che posso. Nel calcio in questo momento non so di altri casi di malati di Sla. Nel 2019 mi è dispiaciuto apprendere della morte di Roberto Labadini: aveva 54 anni ed era stato il mio capitano ai tempi del Prato. Sua sorella mi ha raccontato che Roberto non aveva accettato la malattia e ha chiesto di non essere curato, così io non ho fatto in tempo neppure a salutarlo per l’ultima volta». Non si arrende Stefano che per le sue iniziative di sensibilizzazione, cene benefiche e raccolte fondi, trova ancora l’assist della sua famiglia, mamma Rita, i parenti di Pistoia che come può scende a trovare. E poi ci sono i “fratelli” del calcio, i vecchi compagni di squadra: l’ex Prato Massimo Marchini e quelli dell’Ancona della promozione in A. «Condividiamo una chat con mister Guerini, Gadda, Nista Tovalieri, Lorenzini, Fontana, De Angelis…», snocciola uno per uno i nomi di quella formazione che porta tatuata nel cuore. Perché il calcio per Turchi oltre che una ragione di vita, che rende meno dura la lotta al “Morbo”, è una seconda fede. «Non vado molto in chiesa ma sono credente e prego per me e per gli altri malati di Sla, come tre amici che abitano nella mia zona. Non hanno giocato a calcio, sono tre persone comuni, tra i 35 e i 50 anni e quando posso cerco di andarli a visitare a casa loro. Cerco di portargli un po’ di buonumore e di farli sentire meno soli, perché siamo tutti sulla stessa barca e per amore di chi ci vuole bene non dobbiamo mai smettere di navigare e di sperare».

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