«L'IA in medicina? È la mia alleata per studiare nuove terapie. Ma ci vuole molta responsabilità»
I medici davanti all’Intelligenza artificiale: insostituibile o inquietante? L’abbiamo chiesto a una giovane dottoressa italiana che la sta sperimentando come “assistente” in un grande ospedale di New York. Ecco la sua esperienza

Al Mount Sinai Hospital - uno dei più grandi poli ospedalieri e di ricerca dell’area metropolitana di New York, tra i primi al mondo ad aver investito in un dipartimento dedicato all’Intelligenza artificiale - lavora la trentatreenne milanese Eugenia Alleva. Medico con studi compiuti in Italia, oggi è “assistant professor” e coordina progetti che vedono coinvolti ingegneri, clinici e data scientists, tutti impegnati nella prevenzione e cura in particolare delle patologie ginecologiche. Lavorano su una piattaforma che integra i dati clinici dell’ospedale rendendoli utilizzabili per finalità di ricerca e di cura. Insomma, siamo nel campo, non più soltanto futuribile, in cui i dati elaborati da una macchina iniziano a orientare decisioni mediche, con tutto il corredo di domande che questo inevitabilmente suscita: sulla responsabilità, sul rapporto tra decisione umana e algoritmo, sul rischio di ridurre la persona a una sequenza di dati.
Interrogativi che si pone anche Leone XIV nella sua enciclica Magnifica humanitas. Osserva infatti il Papa: «L’umanesimo cristiano non rifiuta la scienza e la tecnica, ma le assume con gratitudine e realismo, e le colloca “con i piedi per terra” dentro una vocazione più alta. L’intelligenza creativa dell’essere umano è un dono che può alleviare sofferenze e aprire possibilità nuove, ma essa deve restare ordinata al bene comune, alla giustizia, alla cura dei fragili e del creato» (n.129). Un richiamo che risuona in modo particolare proprio in ambito medico, dove i progressi scientifici restano inscindibili dallo sguardo rivolto alla persona concreta.
«Lavoro tra il dipartimento dedicato all’Intelligenza artificiale e quello di ginecologia – racconta Alleva –. Mi occupo quindi non solo di “numeri” ma di problemi clinici reali: uso metodi computazionali per sviluppare modelli applicati alla ginecologia». Cosa significa nel concreto? «Tutti i sistemi di Intelligenza artificiale hanno bisogno di dati per essere allenati. Una volta addestrati, possono essere utilizzati nella pratica clinica o addirittura direttamente dai pazienti. Nel mio lavoro, questo si traduce nello sviluppo di modelli capaci di individuare pazienti con un flusso mestruale abbondante, un problema che colpisce una donna su tre e può portare ad anemia e carenze importanti. Eppure è molto sottovalutato, anche per via di uno stigma ancora forte».
L’Intelligenza artificiale può rompere questo silenzio. «Permette, nella privacy della propria casa, di raccogliere dati e ricevere indicazioni. Può spingere le donne a rivolgersi a un medico e cambiare l’epidemiologia della malattia». Quello raccontato da Alleva non è un caso isolato. L’Intelligenza artificiale è già presente nella medicina da anni, anche se in forme meno visibili. «Esistono modelli di rischio cardiovascolare, utilizzati nella pratica clinica, oppure modelli in grado di ottimizzare il dosaggio di alcuni farmaci. La differenza, rispetto a qualche anno fa, sta nella scala e nella complessità. «Oggi possiamo analizzare milioni di dati genetici e sintetizzarli in una rappresentazione matematica che aiuti a scegliere, tra dieci tipi di farmaci molto simili, quello più efficace per un paziente e la sua particolare combinazione di geni».
La promessa è quella di una medicina sempre più personalizzata. Ma ogni progresso, lo abbiamo visto, porta con sé interrogativi etici. «La questione della responsabilità è enorme», ammette Alleva, che prova comunque a esprimere il suo personale punto di vista: «Credo che in ambito sanitario il problema sia sempre prendere la decisione migliore possibile in base alle informazioni che si hanno. È il lavoro dei medici ogni giorno. L’Intelligenza artificiale è uno strumento in più, non sempre la soluzione migliore, ma in certi contesti può fare la differenza». Per esempio, nella medicina di emergenza: «Nei contesti di triage bisogna fare i conti con una realtà, quella delle risorse limitate. Allora il rischio della decisione sbagliata è alto, ma ancora più alto è il rischio del non prendere nessuna decisione perché non c’è un medico disponibile».
Parole che fotografano una tensione tipica del nostro tempo relativamente all’Intelligenza artificiale: tra necessità e prudenza, tra efficienza e responsabilità. Su questo terreno, Europa e Stati Uniti si muovono con approcci diversi. «In Europa si sta facendo un lavoro molto importante di regolamentazione», osserva Alleva. Negli Stati Uniti, invece, prevale un atteggiamento più sperimentale: «C’è molta speranza verso queste tecnologie, ma anche il rischio, credo, di non avere uno sguardo abbastanza critico».
Non è tuttavia solo una questione normativa: il nodo più delicato, riguarda la natura stessa della cura. L’Intelligenza artificiale rischia di disumanizzare la medicina? «Per me è un’alleata – risponde senza esitazione Alleva –. Può alleggerire il carico dei medici, occupandosi degli aspetti più meccanici e burocratici, che oggi assorbono una parte significativa del tempo clinico». Se una macchina può compilare le cartelle cliniche, insomma, il medico può dedicarsi di più al paziente. «L’alleanza terapeutica richiede tempo e spazio mentale. L’Intelligenza artificiale può contribuire a restituirli», precisa Alleva.
Allo stesso tempo, cambia anche il ruolo del paziente: «Diventa più autonomo, più consapevole. Può avere strumenti per capire meglio il proprio corpo e partecipare attivamente alla cura. Il progetto sul flusso mestruale abbondante ne è un esempio emblematico».
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