Sulle strade dell'Etna, una magia in bianco e nero
Alla scoperta del vulcano attivo più alto d'Europa. Le piste da cui si può scorgere l'azzurro della costa fino a Taormina. E ancora le passeggiate sui crateri, borghi ricchi di storia e l'enoturismo

Sciare su una discesa tra le più suggestive al mondo, in un paesaggio lunare imbiancato dalla neve e con uno sguardo sul Mediterraneo, in un ambiente eccezionale protetto dall’Unesco: il vulcano attivo più alto d’Europa. Cime che si rimodellano dopo ogni nuova colata: nel 1900 la vetta raggiungeva i 3.274 metri, nell’agosto del 2024 il vulcano è salito fino a toccare i 3.403 metri. Gli occhi puntati al meteo per chiudere in bellezza la stagione invernale dell’Etna - a "muntagna" dei catanesi - dove tra colate laviche solidificate e crateri capricciosi gli ultimi fiocchi cadono su un manto glaciale creando un contrasto potente. Sul versante nord - stazione sciistica di Piano Provenzana - si parte da quota 1.800 metri e si sale oltre i 2.300 metri: alle spalle le cime fumanti, ai nostri piedi l’azzurro del mare e la vista che nelle giornate più terse spazia fino alla costa di Taormina mentre si scivola tra terre nere come la pece avvolti da silenzi "alpini". Un pizzico di energia e di respiro primordiale offerto direttamente da madre natura. A sud, invece, da Nicolosi, la funivia del Rifugio Sapienza, con la montagna che si apre fra passeggiate sui crateri e scialpinismo vista golfo di Catania.
Tolti gli scarponi e sfilata la salopette, l’esperienza etnea può continuare più a valle tra percorsi trekking, passeggiate nei borghi storici e degustazioni in cantina di vini Etna Doc. Anche "quaggiù" c’è qualcosa di magnetico, ad esempio il sentiero di campagna che s’inerpica tra le vigne, i mandorleti e i boschi di castagno, nascondendoci alla vista il Mongibello, "a muntagna", come chiamano i siciliani. Ma anche i muretti a secco in pietra lavica che strappano alla terra ogni centimetro possibile per far crescere le viti. Poi il viottolo risale e l’Etna ci riappare nella sua maestosità, enorme, fumeggiante, un gigante tornato a riposo dopo l’ultimo risveglio: l’eruzione di fine dicembre, fontane di lave e nubi di cenere cadute sulla neve che imbianca le sue vette. Quest’ambiente Patrimonio Unesco, a tratti ipnotico, vanta specie botaniche endemiche, distese e colate di roccia nera e, sulle quote più alte, un manto glaciale. In primavera, invece, tutto cambia: profumi intensi, colori accesi, il giallo vivo delle ginestre, il nero cupo della lava, un altro gioco di contrasti.





C’è poi una terra fertile e ricca di ceneri, sabbie e pomice, ideale per coltivare vitigni come il nerello mascalese, il nerello cappuccio e il carricante, le uve rosse e bianche dell’Etna Doc, una tra le denominazioni siciliane che ha conquistato pubblico e critica; un successo che porta anche un crescente flusso di enoturisti, attratti dall’eccezionalità del territorio vulcanico, da cantine immerse nel verde e da un’accoglienza ospitale, mediterranea. Seguendo idealmente le vie di Bacco potremmo aggirare il vulcano, come fa la ferrovia Circumetnea nei suoi 110 chilometri di viaggio da Riposto a Catania, addentrandosi tra paesaggi misteriosi e piccoli paesi.
E allora saliamo in carrozza. Bronte e Randazzo sono due tappe predilette. La prima è nota per i deliziosi pistacchi e il Castello Nelson, donato nel 1799 da Ferdinando di Borbone all’ammiraglio Horatio Nelson. Randazzo sorge invece su una colata lavica preistorica erosa dal fiume Alcantara; tra i suoi gioielli il Palazzo Reale in stile gotico, il Museo civico archeologico nel Castello svevo (ex carcere) e la chiesa di Santa Maria, interamente in pietra lavica. Poco oltre, diretti a Castiglione di Sicilia, il paesaggio di vigne avanza, intervallato da boschi, macchie di ginestra in attesa di fiorire e lembi di terra nuda. Ci troviamo in una delle aree a maggiore concentrazione di cantine (Graci, Tornatore 1865 e altre). Nelle campagne di Castiglione ci imbattiamo anche nella Cuba di Santa Domenica, una cappella rurale a lungo attribuita ai bizantini, oggi più correttamente datata tra il X e l’XI secolo, epoca di passaggio tra la dominazione islamica e normanna. Il percorso continua tra le spettacolari Gole dell’Alcantara, nel Parco Fluviale, dove imponenti formazioni laviche disegnano pareti mozzafiato accarezzate dall’acqua corrente. Nel bosco di Carpineto, a Sant’Alfio, resiste invece uno dei simboli più longevi del territorio, il Castagno dei Cento Cavalli, un gigante millenario legato a una leggenda di regine e cavalieri in fuga da un temporale. E poi a Milo per una tappa enologica da Barone di Villagrande, storica cantina attiva dal 1727 in un paesaggio che si presta pure a escursioni in bici. Invece partendo da Zafferana Etnea si fa il trekking tra le lave dell’eruzione del 1991-93; la più lunga del secolo passato.
Passo dopo passo ci accompagna anche una gastronomia generosa: cannoli, dolci di mandorla e poiché siamo in stagione l’Arancia Rossa di Sicilia Igp, nelle sue tre "versioni": il tarocco, il moro e il sanguinello. Coltivata nella piana di Catania è caratterizzata da screziature rosse disomogenee (sulla buccia e nella polpa) dovute ai venti freddi che scendono dal vulcano imbiancato di neve. A causa della reazione delle antocianine presenti nel frutto l’arancia reagisce al gelo "arrossendo". Sembra poesia. È il potere dell’Etna.
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