Gli scrittori cattolici nel tempo dell'Intelligenza artificiale
L’IA non può esprimersi con voce personale e non può guardarti negli occhi e farti sentire perdonato, ma c’è chi la usa per avvicinare i giovani a temi e figure della fede

Tom Thomas vuole essere «uno scrittore cattolico»: ne ha spiegato il perché in un articolo sul sito statunitense “Where Peter Is” (bit.ly/477xdlC), seguito a una settimana di distanza da un altro sulla «responsabilità» che su tali scrittori incombono (bit.ly/4cVt488). Thomas vive in India, fa l’imprenditore, è sposato da trent’anni e ha quattro figli; scrive già, «occasionalmente», su diversi siti d’ispirazione cristiana. La sua è una riflessione su ciò che chiaramente sente come una vocazione; egli non la riferisce esplicitamente alla scrittura in Rete, ma dal contesto è abbastanza evidente che è il mezzo a cui pensa. Tra una citazione dal discorso di Leone XIV ai missionari digitali (luglio 2025) e una, bellissima, da Thomas Merton, con stile ispirato racconta della scelta di scrivere di «fede e spiritualità cattolica» pur sapendo di rivolgersi a una platea ristretta; dello sforzo di esprimersi «con una voce personale»; della consapevolezza che la sua esplicita vulnerabilità «tocca il cuore dei lettori»; dell’importanza di lasciare «un'impronta sulla sabbia della vita». Nel secondo articolo, questa volta nutrito di citazioni bibliche, prosegue: «Le mie parole sono accompagnate da una grande responsabilità, quella di avvicinare gli altri [al Signore] attraverso i miei scritti e di mettere in pratica ciò che scrivo», sfuggendo alla tentazione di lasciarsi sviare dal plauso dei lettori e sempre ricordandosi che il proprio scrivere è «ad maiorem Dei gloria».
Le osservazioni di Thomas risuonano in modo particolare accanto ai sempre più frequenti interventi che si possono trovare nell’infosfera ecclesiale in tema di intelligenza artificiale (IA), sospinti anche dai ripetuti richiami di Leone XIV (qualcuno dà per certi in merito data e titolo della prossima enciclica). Mi soffermo su un video di fra Stefano (Bordignon), religioso servita che senza troppo clamore ha già raggiunto sul canale YouTube un milione e 400mila iscritti (qui su “Avvenire” https://bit.ly/4bDtz4o il suo ritratto di “missionario digitale”). Il filmato, di 7 minuti, si intitola: «Fast food religioso: l’intelligenza artificiale può sostituire Dio?» (bit.ly/3NsbyOs) e ha un inizio scoppiettante in cui si descrive l’IA come un teologo e un biblista «che non dorme mai», ha letto tutto lo scibile religioso, non dimentica una virgola e «può scrivere un’omelia perfetta in tre secondi». Ma subito fra Stefano indica il paradosso: l’IA «conosce Dio meglio di chiunque altro ma non ha nessuna esperienza personale di quello che dice». La sua è una «competenza fredda» (con «effetti collaterali inquietanti»: confusione, sensi di colpa, superstizioni). Ciò tuttavia dà all’autore motivo di speranza: se l’IA «non può stringere la mano a un malato terminale, non può battezzare con acqua vera, non può guardarti negli occhi durante la confessione e farti sentire perdonato», allora la Chiesa, «con tutti i suoi difetti, potrebbe diventare l’ultimo baluardo dell’umanità radicata nello spirito contro la solitudine digitale».
In alcuni, recenti video di Fabio Cittadini, milanese, docente di religione e scrittore, online da diversi anni (un blog, gli account sui social) si può vedere all’opera un tentativo di servirsi dell’IA in chiave di alfabetizzazione cristiana tenendo sotto stretto controllo i contenuti di parola. Il canale YouTube sul quale sono visibili, “Theological mind” (bit.ly/3NdVvnn), è il luogo digitale originariamente destinato dall’autore a fare da interfaccia con la sua attività scolastica; sono dunque gli studenti, probabilmente, i primi destinatari dei 20 brevi filmati (dai 2 ai 5 minuti) realizzati negli ultimi cinque mesi con il contributo dell’IA. Mi soffermo su quelli che hanno per protagonisti figure della fede del Novecento: Lorenzo Milani, Pino Puglisi, Madeleine Delbrêl, Teresa di Calcutta, Dietrich Bonhoeffer, Charles de Foucauld, Edith Stein, Karl Rahner e Hans Urs von Balthasar. Sono confezionati sulla base di un testo dichiaratamente curato, e bene, da Cittadini, benché affidato a una voce sintetica. È lasciata all’IA l’elaborazione delle immagini: vincolata dall’autore (suppongo) a non utilizzare fotografie reali e neppure tratte da fiction, essa procede per approssimazione e produce figure improbabili, come un Rahner con la veste talare, una madre Teresa senza il velo, una Edith Stein carmelitana quando era ancora atea e molte altre. La scommessa, un po’ azzardata, è che per avvicinare i giovani a questi giganti si possa contrarre con loro il debito di una rappresentazione visiva distante dalla realtà storica.
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