Università e intelligenza artificiale, perché la ricetta di Sam Altman non convince
L’Ai rende più facile creare ma sta riducendo gli spazi in cui i giovani imparano a lavorare e a diventare esperti. Il punto, allora, non è soltanto quanto debba durare l’università, ma a cosa serva davvero

Sam Altman contro l’università, nell’era dell’AI bastano due anni?
Sam Altman è arrivato a sorpresa a Internapalooza, il raduno di stagisti delle aziende tecnologiche organizzato dall'investitore Cory Levy, e ha affermato che l'università dura troppo. I due anni passati a Stanford, prima di abbandonarla nel 2005 per fondare Loopt, sono stati per lui «la quantità di tempo esatta», perché rimanere oltre avrebbe prodotto «rendimenti fortemente decrescenti». In virtù di questa sua valutazione si è sentito in dovere di dare un consiglio ai ragazzi che lo ascoltavano: si arriva lontano per il semplice fatto che si fanno cose, e oggi una stanza e molti token di intelligenza artificiale sono più che sufficienti per costruire un'impresa. Chissà cosa avranno pensato i giovani che erano in platea. Quei ragazzi stavano facendo uno stage, cioè il primo (probabile) gradino di una carriera, proprio quel primo timido gradino che sta evaporando a causa del prodotto venduto da Altman. I dati dello Stanford Digital Economy Lab, aggiornati ad agosto, non sono catastrofici, non mostrano nessuna emorragia del mercato del lavoro, dai dati si comprende, però, che l'occupazione delle persone tra 22 e 25 anni impiegate nelle mansioni più esposte all'automazione, è del 19% inferiore rispetto agli altri settori, tale differenza è dovuta soprattutto al mancato turnover, non vengono più fatte assunzioni. Nel 2025 SignalFire calcolava che i neolaureati rappresentassero appena il 7% delle assunzioni nelle Big Tech; nell'edizione 2026 del suo rapporto, la società stima che le assunzioni di neolaureati e lavoratori entry-level nei grandi gruppi tecnologici siano ormai circa il 65% sotto i livelli del 2019.
Se l’intelligenza artificiale cancella la gavetta, chi formerà gli esperti di domani?
A questo punto è necessario farsi una domanda: se scompare il lavoro da praticante o comunque da neo-assunto (la cosiddetta gavetta), come si formeranno gli esperti (la cosiddetta classe dirigente) del 2040?
Lasciare l’università è davvero una scelta alla portata di tutti?
Inoltre, c’è anche una questione di posizione sociale. Altman stesso, in un’intervista del 2024, ha spiegato di aver potuto lasciare l’università sapendo che avrebbe potuto tornarci in qualsiasi momento: «la maggior parte delle scelte, ha detto, non sono porte a senso unico». Addirittura, Peter Thiel offre 250mila dollari agli under 22 che accettano di rinunciare agli studi. I dati italiani ci dicono che il 31,1% dei giovani di età compresa tra 25 e 34 anni ha una laurea, contro il 44,8% della media europea, e l'accesso al percorso di studi resta legato al reddito della famiglia d'origine.
Università e intelligenza artificiale, il dibattito divide la Silicon Valley
Il coro anti-universitario, però, non è compatto. Sam Altman, il nostro imprenditore che vende intelligenza artificiale, sostiene che serve meno formazione umana, e sulla stessa lunghezza d’onda, il capo di Nvidia aveva già suggerito nel 2024 di non imparare più a programmare. Ma il fondatore di Google, Sergey Brin, davanti agli studenti di Stanford, ha sconsigliato agli studenti di informatica di cambiare facoltà per paura dell'intelligenza artificiale: «a dire il vero, l’intelligenza artificiale è probabilmente più brava persino nella letteratura comparata». Un’altra voce interessante è quella di Fei-Fei Li, già vicepresidente di Google, tra le menti che hanno reso possibile l’avvento dell’intelligenza artificiale: secondo lei il rischio maggiore riguarda il desiderio di imparare, perché l'esito peggiore, ha detto al podcast Huberman Lab, si verifica quando alle nuove generazioni «gli strumenti privano le nuove generazioni della loro capacità di agire autonomamente e della motivazione umana a imparare e a vivere». Uno studio del Media Lab del Mit ha misurato l'elettroencefalogramma di 54 studenti impegnati nella scrittura di saggi: chi ha utilizzato l’intelligenza artificiale ha mostrato una connettività cerebrale più debole nelle bande legate all'attenzione, e non l'ha recuperata del tutto quando è tornato a scrivere senza l’ausilio dell’Ai. I ricercatori, nella loro analisi, parlano di «debito cognitivo», cioè una fatica risparmiata oggi che però si paga con gli interessi.
A cosa serve l’università se non serve soltanto a trovare lavoro?
Leone XIV, parlando ai rettori delle università cattoliche americane il 3 giugno scorso, ha indicato la frammentazione del sapere come sfida principale del nostro tempo: molti sono competenti in un campo e insieme «faticano a dare un orientamento alla propria vita». Il compito degli atenei resta orientare il desiderio di chi si iscrive per ragioni di lavoro, perché impari anche «a cercare e amare la verità, a interrogarsi sul senso della vita e sulla dignità di ogni persona», coltivando la capacità di ragionare, di pensare criticamente e di affidare la conoscenza alla memoria.
Alla fine, è Altman a fornire l'argomento migliore contro la sua tesi, perché quando elenca ciò che davvero gli è servito nei suoi due anni a Stanford, fa riferimento all'incontro con altre persone, al fatto di vivere da solo per la prima volta, ai progetti a cui ha potuto lavorare con una certa tranquillità, lontano dalla competitività del mercato. Il dibattito sulla durata dei corsi, allora, si infrange davanti all’idea stessa di vita accademica, perché, se l'università servisse soltanto a trovare un lavoro, due anni basterebbero davvero.
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