Raniero La Valle, il giornalista che aiutò il mondo (e i vescovi) a capire cos’era il Concilio
Il ritratto del cronista oggi novantacinquenne conclude la serie dedicata ai volti
che segnarono
la stagione conciliare. Il direttore de «L’Avvenire d’Italia» comprese subito
che i lavori non si esaurivano dentro l’aula

C’è stato un tempo in cui un Papa decise di pagare l’abbonamento a un quotidiano perché arrivasse ogni mattina sulle scrivanie di tutti i Padri conciliari. Quel giornale era L’Avvenire d’Italia. Qualche mese dopo, nel Seminario maggiore di Padova, accadde qualcosa di altrettanto singolare. Durante il pranzo e la cena, mentre continuava l’antica lectio mensae , non si leggevano soltanto i Padri della Chiesa, le vite dei santi o i classici della spiritualità. Sul leggio comparvero le cronache del Concilio pubblicate dallo stesso quotidiano. Per un giornalista, è difficile immaginare un riconoscimento più alto. Chi era il giovane direttore del quotidiano, nonché l’autore di quelle corrispondenze? Si chiamava Raniero La Valle, che non inseguiva il titolo sensazionale. Aveva capito che un cronista del Concilio, prima di imparare a scrivere, doveva imparare ad ascoltare.
Dal 1961 al 1967 La Valle diresse L’Avvenire d’Italia , trasformandolo nel quotidiano italiano che più di ogni altro accompagnò il cammino del Vaticano II. Passava ore nei corridoi dell’Aula, nei collegi romani, nelle trattorie dove i vescovi continuavano le discussioni iniziate sotto la cupola di San Pietro. Sapeva che le decisioni più importanti maturano lentamente e che, prima di diventare documenti, sono conversazioni, esitazioni, amicizie, perfino ripensamenti. L’incontro con Giuseppe Dossetti e con il gruppo raccolto attorno al cardinale Giacomo Lercaro affinò ulteriormente questo sguardo. Ogni sera, terminati i lavori conciliari, ricominciava un’altra giornata. Si discutevano emendamenti, si riscrivevano paragrafi, si confrontavano testi. Più che una curia sembrava una redazione alla vigilia della chiusura del giornale. La Valle comprese che il Vaticano II non era una sequenza di votazioni, ma un immenso laboratorio ecclesiale nel quale la Chiesa imparava un nuovo modo di parlare al mondo. Alla precisione teologica univa un raro talento narrativo. Non raccontava soltanto che cosa fosse accaduto; aiutava a comprenderne il senso ecclesiale.
Per questo le sue corrispondenze ebbero un’influenza ben superiore a quella di un normale resoconto giornalistico. Alberto Melloni ha coniato efficacemente la formula “spettatore influente” per indicare il ruolo della stampa sul Vaticano II. La formula descrive bene la singolarità di La Valle. Apparentemente stava fuori dall’aula; in realtà vi rientrava ogni mattina attraverso i suoi articoli. Le sue cronache circolavano fra i Padri conciliari, alimentavano conversazioni, chiarivano dibattiti, contribuivano a formare quella nuova opinione pubblica cattolica che proprio il Vaticano II stava facendo nascere. Si instaurò così un autentico circolo ermeneutico: il Concilio generava informazione, la quale favoriva a sua volta una più consapevole recezione dello stesso evento.
Se proprio si volesse intentare un processo a Raniero La Valle, il capo d’accusa sarebbe singolare: favoreggiamento dell’assenteismo conciliare. Qualche Padre, stremato da ore di latino ecclesiastico, potrebbe aver pensato che una visita ai Fori Imperiali fosse spiritualmente meno faticosa e intellettualmente meno rischiosa, tanto il mattino dopo L’Avvenire d’Italia gli avrebbe restituito, con ordine e chiarezza, tutto ciò che si era perso. È un’accusa impossibile da dimostrare. Ma forse anche da escludere. L’attenzione di La Valle andava con naturalezza verso i protagonisti del rinnovamento: Lercaro, Suenens, Congar, Bea. Non per partito preso, ma perché intuiva che il cuore del Concilio non consisteva nella vittoria di uno schieramento sull’altro, bensì nella ricerca, spesso faticosa, di un nuovo linguaggio con cui la Chiesa potesse annunciare il Vangelo agli uomini del Novecento. Quando, negli anni successivi, mutò il clima ecclesiale, quella libertà di giudizio gli sarebbe costata anche la direzione del giornale.
Le cronache conciliari confluirono poi in tre volumi pubblicati da Morcelliana, quasi un diario in presa diretta del Vaticano II: Coraggio del Concilio , dedicato alla seconda sessione; Fedeltà del Concilio , sulla terza; Il Concilio nelle nostre mani , all’indomani della conclusione dei lavori. Riletti oggi, conservano ancora la freschezza della cronaca e la profondità dell’interpretazione. Forse è questa la lezione più attuale di Raniero La Valle. Il Vaticano II non fu soltanto un insieme di costituzioni, decreti e dichiarazioni. Fu anche un grande esercizio ecclesiale di ascolto, di interpretazione e di comunicazione. Le idee, per cambiare la storia, hanno bisogno di uomini che sappiano raccontarle. Chi ha la fortuna di frequentarlo ancora oggi, 95enne ancora molto vitale, riconosce la stessa disposizione all’ascolto. Non è l’atteggiamento di chi conserva nostalgicamente la memoria del Concilio, ma di chi continua a considerarlo una domanda aperta rivolta alla Chiesa.
Non è forse un caso che questo ritratto chiuda la serie di Avvenire dedicata ai protagonisti del Concilio. Negli ultimi mesi le “catechesi del mercoledì” di Leone XIV hanno riportato l’attenzione sull’eredità del Vaticano II, ricordando che esso non appartiene agli archivi ma alla vita della Chiesa. Sessant’anni fa La Valle contribuì a raccontare il Concilio mentre si stava svolgendo; oggi una nuova stagione di studi e di riletture continua quella stessa opera di interpretazione. È il segno più autentico della recezione conciliare. Perché i grandi eventi ecclesiali non terminano con l’ultima votazione. Continuano ogni volta che una nuova generazione torna a leggerli, a discuterli e, soprattutto, a lasciarsene ancora sorprendere.
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