Il pozzo di petrolio “assassino” da 6 anni brucia ancora

di Fabio Carminati
Sulla costa atlantica della Nigeria, la gente del villaggio di Awoye si ammala e la distruzione ambientale è totale. L’esplosione di una piattaforma offshore nell’aprile del 2020 continua a provocare vittime e le richieste di aiuto restano inascoltate
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September 13, 2026
Il pozzo di petrolio “assassino” da 6 anni brucia ancora
NIGERIA NIGER PIATTAFORMA PETROLIFERA AGIP ESTERNO GIORNO 20070503 LAGOS CRO NIGERIA:DELTA NIGER;ASSALTO PIATTAFORMA AGIP, 6 RAPITI- Una panoramica dell''''impianto sul delta del Niger. del governo nigeriano, e la fine di quello che viene definito ''''''''il saccheggio e l''''asservimento'''''''' a danno della popolazione locale. Uomini armati hanno attaccato stamane una piattaforma petrolifera offshore dell''''Agip, gruppo Eni, nel delta del Niger, nel sud della Nigeria ed hanno sequestrato sei lavoratori stranieri, di cui non si conosce la nazionalita''''. La Farnesina esclude al momento che ci siano italiani. ANSA/DEB
Se guardi dalla spiaggia di Awoye, quel che resta del pozzo esploso è soltanto una intelaiatura di metallo annerita che somiglia a un gigantesco martello piantato sul fondale dell’Atlantico. Mentre l’odore acre del greggio che brucia arriva fin sulla costa.
Seduta su una stretta brandina d’ospedale di fronte a suo figlio, Bodunwa Orugbemi può sentire quell’aria malata che arriva dal mare. Da settimane il ventunenne giace in questa clinica nel Delta del fiume Niger, ingoiando piccoli bocconi di cibo senza riuscire a parlare. Orugbemi ha invece passato i settant’anni e racconta che Ijadopin ha iniziato a tossire una sera di maggio, nella loro piccola casa di legno ad Awoye, sulla costa atlantica della Nigeria. Poi la tosse si è aggravata, Ijadopin ha sviluppato un'irritazione cutanea e ad ogni respiro rantolava. «Ha iniziato a tremare e a tossire in modo incontrollabile. Ora dopo mesi riesce a mangiare, ma non può ancora parlare», singhiozza Orugbemi nel suo inglese imbrattato di dialetto del sud.
In tutti gli insediamenti lungo la costa di Ilaje, nello Stato di Ondo, le persone condividono storie cliniche simili di tosse persistente, difficoltà respiratorie, problemi della pelle. Che si aggravano ancor più con il crollo dei mezzi di sussistenza: nessuno può ormai negare – ripetono gli abitanti del villaggio a chiunque li interpelli – che tutto è cominciato dopo l'incidente della fuoriuscita di petrolio e l’esplosione avvenuta nel 2020. E il pozzo offshore Ororo-1 brucia ininterrottamente da quell’aprile di sei anni fa, perché nessuno può o vuole fermarlo. Le spese, dicono, sono altissime ma nessuno conta mai quanti costi sociali provochino fumo, fuliggine e vapori tossici che si propagano nelle comunità della costa? Eppure, nel cinico calcolo dei politici locali, almeno questo dovrebbe bastare a spingere verso la soluzione.
Che il fenomeno sia diffuso lo conferma anche Philip Jakpor, direttore dell'Ong Renevlyn Development Initiative. «Le esperienze delle persone riflettono uno schema ricorrente nella regione ricca di petrolio», riassume: le conseguenze dei disastri ambientali persistono per anni senza un monitoraggio sanitario della popolazione colpita. «Quanto sta succedendo ad Awoye non è un caso isolato», continua Jakpor. «Nel delta del Niger, la situazione delle comunità colpite dall'inquinamento petrolifero ha raggiunto un punto tale che le persone sono costrette a vivere con aria e acqua contaminate. Inalano continuamente sostanze tossiche senza rendersi conto dei danni che questo può causare al loro organismo».
Il pozzo petrolifero Ororo-1 fu originariamente perforato dalla Chevron Corporation, che in seguito lo chiuse e lo abbandonò. Due società locali poi continuarono le operazioni fino a quando l'esplosione non provocò l'incendio della piattaforma. E sei anni dopo la catastrofe ambientale tutto somiglia solo a una pesante abitudine. «Il boato si è sentiro intorno alle 19. Tutta la comunità ha tremato. Da quel giorno, niente è più stato come prima», ricorda Temilorun Patrick Ajimisogbe, un pescatore di Awoye. Il pesce è imbrattato dal greggio, puzza di petrolio e nessuno lo compra. Per spingersi più al largo servono soldi per i carburanti e nessuno li ha: il paradosso del petrolio di Awoye sta tutto qua.
«Inizialmente pensavamo che l'incendio si sarebbe spento», dice esibendo un sorriso amaro anche Christianah Abiye, una pescivendola. «Ora ci sentiamo come se fossimo stati abbandonati insieme a lui».
A esprimere la crescente frustrazione è anche il leader tradizionale di Awoye, Happiness Abiye: le ripetute richieste di aiuto vengono ignorate e ciò accresce la frustrazione. «La nostra gente sta morendo lentamente, con un aumento di malattie e fame legate a questo inquinamento». I pescatori -afferma - non pescano più come prima, i bambini tossiscono e le donne spendono i loro pochi soldi per curare malattie che erano rare prima di questo incendio. «Ci sentiamo abbandonati», prosegue. «È come se le vite degli abitanti delle zone costiere non contassero nulla per chi detiene il potere».
Perché lì, nel Delta a prevalenza di gente cristiana, pure il futuro ha il colore del greggio. Il dottor Bieye Briggs, esperto di salute ambientale, afferma da tempo sui media locali che la principale preoccupazione riguarda gli effetti dell'esposizione prolungata a sostanze tossiche sulle persone che vivono nelle regioni petrolifere della Nigeria. «Sebbene l'inquinamento possa effettivamente rappresentare un problema, la nostra principale preoccupazione non dovrebbe limitarsi alla mera presenza di sostanze inquinanti», avverte. «Ciò che veramente terrorizza è la mancanza di un adeguato sistema di biomonitoraggio per determinare cosa le persone potrebbero ingerire». Un recente studio condotto dal Kebetkache Women Development and Resource Centre sulla salute delle donne a Otuabagi, nello Stato di Bayelsa, dove negli anni '50 furono perforati i primi pozzi petroliferi commerciali della Nigeria, ha rivelato alti livelli di idrocarburi policiclici aromatici nel sangue delle donne, nonché la contaminazione del suolo e dell'acqua.
Sei anni dopo ad Awoye quegli idrocarburi bruciano ancora.

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