La nazione che non ha mai giocato a calcio

di Fabio Carminati
Come ovunque, anche il più piccolo Stato insulare del mondo è stato contagiato dal Mondiale americano. Ma dopo che la Spagna ha sollevato il trofeo. Nauru è ripiombata nel rifiuto totale del gioco. Ora però tutto potrebbe cambiare
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August 30, 2026
La nazione che non ha mai giocato a calcio
Non raggiungerebbe certamente mai le vette di notorietà del film sulla squadra di bob a quattro giamaicana alle Olimpiadi Calgary del 1988. Ma la trama c’è tutta lo stesso, perché Nauru non è soltanto l’unica nazione al mondo senza una capitale, ma è anche il posto dove il calcio è pressoché inesistente e l’unico campo è, peraltro, in terra battuta. Ma forse ancora per poco.
Nelle settimane di giugno e luglio i ragazzini giravano nelle strade del minuscolo atollo con vecchie maglie di Lionel Messi e Cristiano Ronaldo, mentre le televisioni di Sydney rimbalzavano le partite dall’America. Qualche giorno dopo la vittoria della Spagna, tutto è tornato come prima. E qualsiasi tentativo di giocare una partita di calcio tende a essere deriso, a meno che si tratti di football australiano, cugino lontano del gioco inventato e codificato dagli studenti inglesi di Cambridge nel 1848.
Le cose, però, potrebbero lentamente cambiare grazie a un gruppo di volontari, guidati dall'ex giocatore delle giovanili britanniche, Charlie Pomroy, che cerca di introdurre il calcio in quello che un tempo era il Paese con maggior ricchezza pro capite al mondo ma ora dipende fortemente dagli aiuti esteri e ha uno dei maggiori tassi globali di obesità. Pomroy, dopo aver visto presto naufragare la sua carriera di calciatore, è approdato anni fa sull’isola con una laurea in urbanistica. Il calcio resta, in ogni caso, il sogno che vuole vivere ancora. Gettare le fondamenta, tuttavia, su un lembo di terra in mezzo al mare dove l'eccessivo sfruttamento minerario ha trasformato il territorio in un paesaggio lunare, è tutt'altro che semplice. Nauru ha già tentato in passato di sviluppare il calcio, ma senza mai riuscirci veramente. Il momento in cui si è avvicinata di più a disputare una partita internazionale è stato nel 1994, quando le squadre rappresentative hanno affrontato una selezione di espatriati delle Isole Salomone. E nel 2014, grazie a una selezione di rifugiati.
Come la storia dell’ancora inesistente nazionale di calcio, anche quella di Nauru ha sempre camminato in salita. Situata nell'Oceano Pacifico, 2.500 miglia a nord-est dell'Australia, la ricchezza storica si fonda sui suoi vasti giacimenti di fosfato, ricavati da escrementi di uccelli fossilizzati. Territorio dipendente da Canberra fino all'indipendenza nel 1968, è stato intensamente sfruttato per l'estrazione mineraria alla fine del XX secolo. I giacimenti si sono esauriti, lasciando a Nauru, che un tempo gli stranieri chiamavano “Isola Piacevole”, un aspetto desolato, con ampie zone centrali inabitabili ed estremamente difficili da coltivare. Ciò ha fatto sì che la maggior parte dei 12mila abitanti si concentrasse lungo le coste. Sovraffollate ormai dato che l’isola che misura appena 21 chilometri quadrati e lo spazio utilizzabile è un bene prezioso. E anche questo spazio si sta riducendo, con i cambiamenti climatici e l'innalzamento del livello del mare che ne minacciano l'esistenza stessa.
La terra arida ha costretto il Paese a importare oltre il 90 per cento del cibo, gran parte del quale è già trasformato, contribuendo al fatto che il 69 per cento della popolazione è classificato come obeso e circa il 40 per cento soffre di diabete. Al momento una delle principali fonti di reddito proviene tristemente dal centro di detenzione per gli immigrati deportati dall’Australia.
Il rilancio del calcio ha anche una funzione simbolica. Soprattutto ora che l’occasione è arrivata e le autorità non vogliono fare brutta figura: Nauru ospiterà i Giochi della Micronesia nel 2028, un evento multisportivo che includerà il calcio. «Stanno cercando di migliorare l'immagine dell'isola e di coinvolgersi maggiormente nello sport», afferma Pomroy, nominato direttore tecnico del Nauru Soccer, e uno degli otto volontari che credono nel “miracolo” di una sfera di cuoio.
Il britannico sembra l’uomo giusto, al momento giusto. Originario di Stevenage e che ha lavorato nella squadra della sua città natale quando militava ancora nelle serie minori, ha un curriculum di tutto rispetto e di un alto spessore sociale. In precedenza, ha fondato un'organizzazione benefica nella città cambogiana di Siem Reap, che si è poi trasformata in un'accademia professionistica che ha formato finora 47 giocatori, i quali sono poi approdati nelle squadre professioniste del Paese asiatico. Gestisce inoltre programmi di successo in India, portando il calcio nelle comunità svantaggiate.
Tutti i suoi progetti presentano sfide diverse. A Nauru, la prima è quella di portare dei palloni da calcio sull'isola. I volontari hanno lanciato una campagna per regalarne uno a ogni bambino di età compresa tra i 4 e i 14 anni – circa 2.000 – e stanno collaborando con le chiese e le 11 scuole dell'isola per la distribuzione.
«Le lezioni di vita che si imparano attraverso il calcio non riguardano solo il campo, non si limitano alla vittoria e alla sconfitta», insiste Pomroy. «Sono le amicizie che ti crei. È imparare ad essere umile. Imparare a prendersi cura del proprio corpo. È imparare a rialzarsi quando si cade. Ed è così che ho visto cambiare le persone in tutto il mondo. Questo è il sogno per Nauru».

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