
L’hanno imparato fin da piccoli come essere invisibili. A chi dava loro la caccia per mettere le mani su oro o legni pregiati che il cuore delle foreste pluviali del Kivu custodiscono. Poi, crescendo, hanno dovuto sviluppare fin oltre ogni limite quel “superpotere” in modo da sfuggire agli invasori che ogni stagione dopo le piogge occupavano le loro terre. Guerrieri-soldati venuti dall’Uganda o dal Ruanda, dal Burundi. Eserciti. O gente in fuga da altre guerre e in cerca di cibo, acqua e sopravvivenza. Persone che condividevano la loro stessa abilità nel celarsi alla vista altrui. Quell’invisibilità che decenni e decenni di colonialismo avevano trasformato lentamente in disinteresse totale degli occhi del mondo.
Una cecità intrisa di disprezzo razzista. Da parte di un Occidente che prima uccideva e poi rubava direttamente o per mano di persone, nate anche loro nelle foreste, assoldate per farlo. In nome di un dio più forte o di un ideale etnico che spingeva i bassi e tozzi a sterminare quelli alti di statura o viceversa. Idee inculcate da chi dietro questi genocidi vedeva solo il denaro facile da fare.
Poi è arrivata la persecuzione, per i visibili e gli invisibili. Come una “livella” che mette tutti alla stessa altezza e li stermina in pochi giorni: ebola. Quel sangue che uccide chi lo tocca. Un male che arriva forse dalle scimmie e per il quale il vaccino non è efficace su tutti i ceppi e, soprattutto, è accessibile a pochi. Il virus ha cominciato a uccidere dalle rive di un fiume che gli ha dato il nome esattamente cinquant’anni fa, nel 1976. Da allora ebola ha sterminato famiglie, uomini, donne e bambini contagiati nel rito del lavaggio dei morti prima della sepoltura o della cura dei parenti malati perché un ospedale è troppo lontano. Ebola è implacabile: venire a contatto con i liquidi corporali di un infetto è l’equivalente di una condanna a morte. Un contagio molto più letale di quello che aveva sterminato con la peste l’Europa nella metà del Trecento e la Spagnola dei primi anni dopo la Grande guerra.
Il mondo ha chiuso gli occhi da tempo a tutto questo: qualche trafiletto sui giornali come quello dei giorni scorsi su numeri che sono diventati ancora più agghiaccianti di quelli di ondate precedenti parimenti agghiaccianti. Cifre che non scuotono un mondo più preoccupato dal petrolio che cresce per la guerra. Di ebola, usando un termine che potrebbe urtare forse le coscienze più candide, non gliene frega proprio nulla. Proprio come il Paese perseguitato ciclicamente dalle sue epidemie: il cuore di tenebra sulle rive del Congo.
In soli tre mesi, la diciassettesima epidemia del ceppo Bundibugyo ha ucciso oltre duemila pazienti, gli infettati sono ben 4.566. Un dato su tutti: l’interesse in Italia è salito alle stelle quando si sospettava che un medico nostrano fosse stato contagiato. Dopo la smentita, l’interesse dei media è crollato. Sorprendersene sorprende, perché sono scivolate via tra una bomba a Hormuz, una sparata di Trump e un drone a Kiev anche le parole di Tom Fletcher, sottosegretario dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari: nel Congo – ha detto – il virus uccide, nelle province dell’Ituri e un po’ meno nel nord e sud Kivu, una persona ogni 30 minuti. E l’infezione è giunta ai confini del Sud Sudan e del Centrafrica. «Non si è mai visto una cosa del genere, è l’epidemia più rapida mai registrata finora».
E ha aggiunto: «La comunità internazionale deve svegliarsi e mobilitarsi». Come non ha fatto per il genocidio in Ruanda del 1994? Per la prima e la seconda guerra del Congo? Per i civili assassinati nel Darfur, in Somalia, in Sudan o in Etiopia?».
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