Un Dio-Padre in ascolto delle nostre fragilità
di Luigi Verdi
XXVI Domenica del tempo ordinario-Anno A
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».
Ci sono figli e figli: c’è quello ribelle, bastian contrario e un po’ sfrontato; e c’è quello servizievole e giudizioso, mai una parola fuori posto, sempre disponibile, almeno a parole. C’è chi cammina e su quella strada, sassosa ed un po’ ripida, tutta curve dove non si vede la meta, pensa e ripensa alle parole dette, ai ”no” buttati là, un po’ per caso, un po’ per dispetto, un po’ per arroganza. E c’è chi resta immobile, immutato, seduto su una strada spianata e larga, dove non si fatica ed il respiro resta calmo, senza l’ombra di un affanno. Ci sono cuori e cuori, di quelli che pensano che basti una dichiarazione, qualche parola pronunciata con la bocca per assicurarsi il certificato di credente; e quei cuori che si concedono il diritto e la libertà del ripensamento, che vuol dire anche negare e poi dubitare e poi credere e poi ancora dubitare per poi credere. Ma c’è un Padre che per fortuna non si spaventa né si sgomenta davanti ai nostri “no”, perché Lui lo sa che possiamo cambiare, possiamo ripensarci, possiamo cadere e poi rialzarci. Impolverati, certo, con qualche lacrima sul volto e qualche graffio sulle ginocchia, ma in piedi e pronti ancora a fare qualche passo. Pronti a cambiare idea, a fare uno scatto del cuore, o dell’anima. Mentre nel primo figlio la vita scorre con la sua versatilità, con le sue contraddizioni e imperfezioni, con la sua complessità insomma, nel secondo figlio la vita si è cristallizzata come in quegli insetti fossili racchiusi nell’ambra, incapsulati e tristemente, rigidamente statici. Nessuno scatto per lui, nessun ripensamento, nessuna coerenza tra le parole e la vita. Se «le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo» (Mt 8,20) potremmo dire del secondo figlio che lui sì che ha trovato la sua calda tana e se ne sta là, ben accucciato nel calore confortevole e al riparo da ogni scuotimento. Ma noi siamo figli di quel Dio che non sa dove posare il capo: un Dio mobile, che scompagina e mescola le carte, che siede a tavola con chi noi terremmo fuori la porta, che accoglie chi noi escluderemmo, che restituisce dignità e onore a chi per noi non se lo merita. Pubblicani e prostitute e quel primo figlio passeranno avanti a tutti, col loro cuore imperfetto, difettoso, incompiuto, ma, forse proprio per questo, ancora capace di cambiare.
(Letture: Ez18,25-28; Sal 24;Fil 2,1-11;Mt 21,28-32 )
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