Popolo di navigatori
di Gioele Dix
I navigatori ci hanno dato la certezza di arrivare, ma forse ci hanno tolto il gusto di perdersi, chiedere indicazioni e lasciarsi sorprendere dalla strada
“Mandami la posizione” è un’espressione che oggi tutti capiscono senza possibilità di malintesi. Tornasse in vita mio nonno penserebbe come minimo di essere capitato sul set di un film di guerra (la sua passione, peraltro). I navigatori hanno modificato e stravolto il concetto di orientamento.
Delegando ai satelliti il compito di guidarci abbiamo conquistato la certezza degli itinerari, ma perso il gusto di deviazioni impreviste. Ho molta nostalgia dei tempi in cui si sbagliava strada e si era costretti a tirar giù il finestrino per farsi dare indicazioni. “Scusi, sa mica dirmi” era l’incipit di tradizione, poi poteva capitare di tutto. Sugli informatori stradali ero ferratissimo, avrei potuto scriverci una tesi di laurea. C’era il catastrofista che ti guardava con un misto di stupore e commiserazione: “No, ma è lontanissimo da qui!”.
C’era il categorico che con immotivata durezza ti destabilizzava: “Guardi, vivo qui da sempre, non è di sicuro in questa zona”. Il suo opposto era l’estraneo, spedito lì per onorare la legge di Murphy: “Mi spiace, io non sono di queste parti”. Ma il mio preferito era l’inconcludente che si dilungava senza costrutto e alla fine ti suggeriva: “Vada tutto dritto, poi chiede”. Quanto era meglio navigare a vista. Potevi persino far perdere le tue tracce.
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