Ti voglio bene

Il cinema americano sa trasformare il difficile rapporto tra padri e figlie in una macchina infallibile per commuovere, anche lo spettatore più resistente
Google preferred source
September 19, 2026
Sono ammirato dal modo in cui il cinema americano racconta il rapporto tra padri e figlie. Da papà di una femmina sono molto sensibile all’argomento. Non c’è film, anche il più scadente, che non riesca a strapparmi a tradimento una lacrimuccia che, per pudore e vergogna, tento di mascherare come posso. Il segreto è tutto nella maestria degli sceneggiatori, categoria considerata – diversamente che da noi – la più importante dell’intera industria cinematografica. Il denaro è fondamentale, ma senza una storia scritta bene si va poco lontano.
Ecco come fanno. C’è una donna che prova a districarsi fra carriera figli marito, in un vero disastro che affonda le radici nel suo passato: il padre pregiudicato e alcolizzato l’ha abbandonata quando era una bambina. Non si sono mai più visti, ma all’improvviso lui compare. Si meriterebbe di essere preso a schiaffi e sputi, ma la figlia anela a quell’incontro da tutta la vita.
Non si dicono una parola, analfabeti affettivi quali sono. Una musica strappacuore accompagna i loro sguardi, poi il vecchio sospira: “Nancy, ti voglio bene”. E lei, in una specie di singulto: “Anch’io, papà”. E intanto io sto singhiozzando sul divano, ce l’hanno fatta anche stavolta i maledetti. Mi toccherà fingere come al solito un attacco improvviso di congiuntivite.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire