Ti voglio bene
di Gioele Dix
Il cinema americano sa trasformare il difficile rapporto tra padri e figlie in una macchina infallibile per commuovere, anche lo spettatore più resistente
Sono ammirato dal modo in cui il cinema americano racconta il rapporto tra padri e figlie. Da papà di una femmina sono molto sensibile all’argomento. Non c’è film, anche il più scadente, che non riesca a strapparmi a tradimento una lacrimuccia che, per pudore e vergogna, tento di mascherare come posso. Il segreto è tutto nella maestria degli sceneggiatori, categoria considerata – diversamente che da noi – la più importante dell’intera industria cinematografica. Il denaro è fondamentale, ma senza una storia scritta bene si va poco lontano.
Ecco come fanno. C’è una donna che prova a districarsi fra carriera figli marito, in un vero disastro che affonda le radici nel suo passato: il padre pregiudicato e alcolizzato l’ha abbandonata quando era una bambina. Non si sono mai più visti, ma all’improvviso lui compare. Si meriterebbe di essere preso a schiaffi e sputi, ma la figlia anela a quell’incontro da tutta la vita.
Non si dicono una parola, analfabeti affettivi quali sono. Una musica strappacuore accompagna i loro sguardi, poi il vecchio sospira: “Nancy, ti voglio bene”. E lei, in una specie di singulto: “Anch’io, papà”. E intanto io sto singhiozzando sul divano, ce l’hanno fatta anche stavolta i maledetti. Mi toccherà fingere come al solito un attacco improvviso di congiuntivite.
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