Voce del verbo impiattare
di Gioele Dix
L’impiattamento è diventato parte dello spettacolo della cucina. Ma quando l’estetica conta più del cibo, cresce la nostalgia per la semplicità delle vecchie trattorie
Ho passato gran parte della mia vita ignorando l’esistenza del verbo impiattare. Immagino fosse diffuso solo nell’ambiente dei produttori di stoviglie. “Impiattamele sul bancale” diceva il titolare della ditta al magazziniere. Da qualche tempo invece il termine è entrato nel lessico comune e identifica un passaggio essenziale del rituale culinario. Merito (o demerito?) degli chef e della loro dilagante popolarità. Non contesto il principio in sé, cucinare è un dono quasi divino e un buon impiantamento è un atto di cortesia aggiuntivo da parte di chi lo ha fatto per noi.
Anche l’occhio vuole la sua parte. A patto però che la cura non diventi maniacale e fine a sé stessa. Mi si perdoni la rudezza, ma detesto i ristoranti dove ti invitano a “fare un’esperienza”, dove ti raggirano con “menu degustazione” a base di assaggini microscopici, dove i piatti di portata hanno forme improbabili: i peggiori sono piccoli e tondi, con una buca al centro in cui il (poco) cibo scompare inabissandosi, e con un bordo spesso dal quale strabordano strisciate di aceto, spolverate di erbe e cascate di fiori ornamentali.
Quando me li trovo davanti, ripenso alla cuoca della trattoria dove andavo da studente e al suo pollice intinto nella minestra mentre la serviva. A ognuno l’impiattamento che si merita.
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