Messa antica o moderna, ciò che conta è la preghiera
Non è il cambio di rito a minare la genuinità della celebrazione eucaristica, ma la superficialità. Servono cura delle parole, dei gesti, dei tempi e dei simboli, senza temere il silenzio
Diatribe ecclesiali deprimenti nei toni e nei contenuti. È vero che si tratta di una faccenda più vasta (non solo religiosa, ma anche culturale e ideologica) della Messa celebrata in rito antico o moderno, in una lingua comune (il latino) o nella varietà delle espressioni umane, rivolti al popolo o alla Croce. Ma le “riforme” di fine anni Sessanta avevano lo scopo di accrescere la comprensione e la partecipazione di coloro che a Messa siedono nei banchi. Il prete e il ministrante allora conducevano i dialoghi. I fedeli vi partecipavano solo spiritualmente. Da qui le trasformazioni nel nuovo rito: l’altare rivolto al popolo, le risposte alla preghiera del sacerdote, le letture proclamate dai fedeli, i doni e la processione d’offertorio, lo scambio della pace. Il tutto per riflettere la teologia conciliare del “popolo di Dio”, per alcuni purtroppo non complementare ma in concorrenza (sleale) con quella tradizionale del “sacrificio di Cristo”. Il passaggio alla lingua corrente, la gestualità dell’assemblea, la comunione nelle mani, la fine del canto gregoriano hanno poi ingenerato un’impressione di orizzontalità rispetto alla verticalità e alla solennità divinizzante del rito antico. Ma ogni riforma conserva del vecchio (la sostanza) e inserisce del nuovo, soprattutto nelle forme con cui l’essenziale e l’immutabile vengono espressi.
C’è chi dice che il Concilio Vaticano II per la Chiesa sia stato un vero salto nella teologia, nella liturgia, nella pastorale, non uno sviluppo coerente. Sarebbe quindi sospetto. E che la differenza tra il prima e il dopo sia palese e a saldo negativo. La gente ora è più lontana dalla Chiesa. È vero? In Occidente forse, ma non negli altri continenti e blocchi culturali dove la Chiesa è costantemente cresciuta. D’altra parte anche il mondo del ventesimo secolo ha fatto molti salti. Come avrebbe potuto non cambiare la Chiesa? Tutto è arretrato in favore di una cultura più secolare e meno religiosa, più personalizzata e meno comunitaria. La domenica è stata riempita di altri contenuti: relax, sport, centri commerciali.
Il problema di fondo, tornando alla Messa, rimane quello di garantirne insieme la spiritualità e l’esperienza del divino (come da sempre in antico) oltre la partecipazione comunitaria introdotta da una sensibilità teologica e pastorale più recente. Non è il cambio di rito a minare la genuinità e l’efficacia della celebrazione eucaristica, ma la superficialità. Le letture sono già di per se’ scritti difficili. Noi le affidiamo spesso a persone impreparate, non all’altezza del testo, a volte troppo giovani, che non comprendono ciò che leggono, quindi non lo credono, di conseguenza non possono proclamarlo con convinzione. Troppa approssimazione anche per il canto, l’omiletica, l’acustica. E poi la Messa domenicale ormai in molti contesti è l’unico momento di incontro comunitario, costretta ad ospitare di tutto oltre al suo specifico: giornate di sensibilizzazione, eventi, anniversari, raccolte fondi, avvisi...
Si vuole rendere l’Eucaristia dinamica perché sia coinvolgente. Ma la preghiera per sua natura non teme la ripetizione e il silenzio. Bisogna saper pregare e insegnare a farlo. Le impostazioni rituali hanno tutte lo stesso scopo: favorire la lode, il ringraziamento e la supplica, l’immedesimazione con Dio. Ci vuole disponibilità di mente e di cuore, cura meticolosa delle parole, dei gesti, dei tempi e dei simboli. Altrimenti si parla, ma non si prega. Si fa, ma non si celebra. Poco importa la novità o l’antichità del rito.
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