La Chiesa in prima linea nell’Asia ferita dai disastri
Cina, Nepal, Giappone. Indonesia: le comunità cattoliche affrontano gli eventi estremi testimoniando vicinanza, fede e perseveranza

Si stava spostando dalla chiesa di Nanxi a quello di Nanjiang per motivi legati al suo ministero pastorale quando il 3 settembre è arrivata l’onda della piena. C’è anche un prete cattolico cinese, padre Wang Gengxian, 55 anni, tra le vittime delle calamità naturali abbattutesi in queste ultime settimane sull’Asia. A renderlo noto è stata la diocesi di Fuzhou, la sua Chiesa locale, che si trova nella provincia cinese del Fujian. Si tratta di una regione lontana migliaia di chilometri dalla tragedia dell’Himalaya, che per le sue proporzioni ha dominato in questi giorni le cronache di tutto il mondo. Eppure anche tante altre aree della Cina e dell’Estremo Oriente negli stessi giorni hanno vissuto un incubo, quello del tifone Saudel, che ha seminato angoscia e devastazione. Colpendo, appunto, anche padre Wang, il cui corpo è stato ritrovato solo nel pomeriggio successivo.
La sua storia personale riassume in qualche modo anche tante altre sofferenze di questo tipo che le comunità cattoliche dell’Asia si sono trovate a vivere in quest’estate 2026. Nel terremoto di magnitudo 7,7 che alla fine di luglio ha colpito la prefettura giapponese di Kumamoto, ad esempio, la piccola comunità cattolica locale – anch’essa direttamente colpita nella sua parrocchia di Yatsushiro – ha pianto la morte di Pietro Son, un operaio cattolico vietnamita di 24 anni, morto a causa del crollo della ciminiera di una fabbrica. Il suo funerale è diventato un momento di riflessione sul contributo alla società giapponesi di questi lavoratori stranieri per molti versi invisibili, eppure anche in Oriente oggi vittime di tanti pregiudizi.
Pochi giorni dopo, poi, proprio il 15 agosto, è toccato alle comunità di Flores, l’isola dell’Indonesia dove si concentra la presenza di buona parte dei cattolici del Paese, trovarsi a vivere la prova di un altro terremoto proprio all’alba del giorno dell’Assunta. Emblematica, in questo caso, è stata la storia dei 27 giovani verbiti del Seminario di San Paolo a Ledalero che proprio in occasione della solennità mariana avevano programmato la loro professione religiosa: anziché nella cappella, devastata dalla scossa, hanno celebrato comunque questo rito all’aperto, offrendo in questo modo una testimonianza di fede e perseveranza anche nella prova.
La piccolissima chiesa cattolica del Nepal, infine, sta vivendo in prima linea l’emergenza creata dal collasso del ghiacciaio al confine con il Tibet che ha seminato morte e distruzione per decine di chilometri nella vallata sottostante. Come ha raccontato il vicario apostolico, padre Silas Bogati, la Chiesa locale conta appena 10mila fedeli sparsi in 13 parrocchie in tutto il Paese, «ma ha sempre operato per la popolazione nepalese indipendentemente dalle appartenenze religiose, e continueremo a farlo mentre soffre in quest’ora di bisogno». Per questo Caritas Nepal è oggi attiva sia nello sforzo per raggiungere le comunità più isolate sia nelle attività di assistenza a chi è sfollato a Kathmandu.
È l’insieme di tutte queste storie a dirci quanto l’Asia sia una frontiera cruciale per capire l’importanza di quel Tempo del creato che le Chiese da qualche anno esortano a vivere tra il 1 settembre e il 4 ottobre, la festa di san Francesco d’Assisi. Le trasformazioni rapidissime – e per molti versi avveniristiche – di questo continente, si intrecciano infatti con la fragilità estrema delle sue montagne, dei suoi fiumi, delle faglie che l’attraversano in profondità nelle sue terre e nei suoi mari. È un contrasto che parla di un’armonia da ritrovare. Papa Francesco con l’enciclica Laudato sì ha indicato una strada precisa su questo. E le Chiese dell’Asia oggi sanno bene che ogni giorno perso senza percorrerla richiederà a tutti un prezzo molto alto da pagare.
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