Quel filo rosso (intrigante) tra il Giappone e l’arte sacra
L’attenzione del Paese per l’inaugurazione della torre di Gesù Cristo nella Sagrada Familia racconta come la bellezza possa diventare una via privilegiata d’incontro tra culture, religioni e ricerca dell’infinito

L’inaugurazione della torre di Gesù Cristo nella basilica della Sagrada Familia – il capolavoro del grande architetto Antoni Gaudì a Barcellona – è uno dei momenti centrali del viaggio che Leone XIV sta compiendo in questi giorni in Spagna. Ma sarà un evento seguito con particolare attenzione anche in un Paese apparentemente molto lontano come il Giappone. L’emittente pubblica NHK trasmetterà infatti l’11 giugno uno speciale con immagini in esclusiva dall’interno della torre sormontata dalla croce, che Gaudì progettò come il punto più alto della basilica. E durante tutta la settimana la rete televisiva ha previsto una serie di programmi di approfondimento sulla storia e sul significato del complesso della Sagrada Familia.
A prima vista può apparire sorprendente il fatto che in un Paese come il Giappone – dove i cattolici sono una piccolissima minoranza, 500mila in tutto quelli registrati – la tv pubblica dedichi tanta attenzione all’inaugurazione di una chiesa, seppur importante per la storia dell’architettura contemporanea. Va però ricordato che esiste un filo rosso intrigante tra la Sagrada Familia e il Giappone: è la figura dello scultore Etsurō Sotoo, originario di Kyoto, che dal 1978 – cioè da quasi cinquant’anni – lavora a Barcellona nel cantiere della basilica di Gaudì. Quando due anni fa in Vaticano diventò il primo asiatico ad essere insignito del premio Ratzinger, disse di sentirsi profondamente giapponese e allo stesso tempo figlio di Barcellona. «In ogni scultura, in ogni figura che ho sbozzato – spiegò – ho voluto trasmettere qualcosa di quella dualità, di quell’incontro tra mondi che arricchisce, somma e approfondisce la nostra identità, perché quanto più sono diverse le culture che si uniscono, più nuova e più forte è la cultura che nasce».
La storia di Etsurō Sotoo e l’attenzione che il Giappone sta dedicando alla Sagrada Familia, dicono molto su quanto la bellezza in Oriente sia una via privilegiata nel dialogo tra le religioni. Proprio il Paese del Sol Levante, che oggi tanto attrae milioni di turisti da tutto il mondo, è straordinariamente innervato dall’armonia tra la natura e i luoghi del sacro che si respira nei santuari shintoisti o nelle pagode della tradizione buddhista. Ma in Giappone l’architettura sacra conosce anche riletture ardite. Ad esempio quella offerta giocando sul tema della luce da Kenzo Tange con la cattedrale cattolica di Santa Maria a Tokyo, la modernissima chiesa costruita nel 1964 sulle macerie di quella neogotica rasa al suolo nei bombardamenti della Seconda Guerra mondiale.
I giapponesi amano conoscere attraverso l’arte. Ce lo raccontava qualche tempo fa monsignor Andrea Lembo, missionario del Pime e da qualche anno anche vescovo ausiliare di Tokyo. Tra i corsi che offre lo Shinsei-Kaikan, il centro culturale cattolico della capitale giapponese, quelli sull’arte sacra sono sempre i più frequentati. E lo scorso anno, durante l’Expo di Osaka, in molti sono accorsi ad ammirare la Deposizione del Caravaggio che la Santa Sede ha voluto proporre nel suo padiglione.
Con la sua enciclica Magnifica humanitas papa Leone sta invitando il mondo a «custodire l’umano nell’era dell’intelligenza artificiale». Proprio dal Giappone – una delle frontiere più avanzate oggi nella battaglia a suon di algoritmi e microchip – l’attenzione alla bellezza può offrire un percorso importante in questo cammino. Una possibile risposta anche alle solitudini alienanti che sempre più spesso soffocano la vita nelle sue metropoli. Ripartire dalle guglie di Gaudì e dai tetti a forma di loto delle pagode. Per contemplare – al di là dell’immagine instagrammabile – la sete vera di infinito inscritta nel cuore di ogni uomo.
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