L’IA e le nuove schiavitù nell’Africa contemporanea
di Anna Pozzi
In Paesi come Kenya, Uganda, Nigeria, molti giovani con livelli alti di istruzione e alte capacità di utilizzo delle nuove tecnologie, rischiano di finire nelle reti criminali

Agli esordi dell’intelligenza artificiale generativa, aveva creato (fugacemente) scalpore e sconcerto il fatto che tali “intelligenze” venissero “addestrate” in Paesi come il Kenya, reclutando giovani locali, costretti a visionare contenuti estremamente violenti o raccapriccianti, spesso a sfondo sessuale, compresa pornografia e pedopornografia, oltre che immagini e testi razzisti, infarciti di pregiudizi o di incitazione all’odio. Il tutto per molte ore al giorno e pochi dollari all’ora, e senza nessun supporto psicologico. Una forma di grave sfruttamento, con pesanti ripercussioni anche in termini di salute mentale, che ha suscitato pure questioni etiche. Solo per fare un esempio, il nascente “Generative Pretrained Transformer” (“Trasformatore preaddestrato generativo), acronimo di ChatGPT, veniva, appunto, addestrato in Kenya da persone sottoposte a contenuti “tossici” che hanno provocato in loro pesanti traumi. Sempre per restare in Kenya, oggi molti giovani trovano nuove opportunità di formazione e di lavoro attraverso l’IA, ma anche, purtroppo, nuove forme di schiavitù. Ce lo racconta padre Renato Kizito Sesana, missionario lecchese che vive da quasi cinquant’anni in Africa, dove negli ultimi anni ha iniziato a occuparsi anche di tratta di esseri umani. Le vittime che ha accolto nelle sue strutture di Nairobi sono, in particolare, giovani “schiavi” keniani trafficati e costretti a lavorare nelle scam city della Cambogia, ovvero in quegli enormi centri in cui migliaia di persone provenienti da vari Paesi “fragili” del mondo sono costrette a lavorare forzatamente per alimentare il grande business delle truffe informatiche. Il fenomeno ha assunto proporzioni enormi grazie alle nuove tecnologie e all’intelligenza artificiale, ma vede coinvolte persone reali, che subiscono pesanti abusi, ancora più gravi nel caso delle donne.
«Le persone che sono riuscite a fuggire dagli scam centre cambogiani e che abbiamo accolto al loro rientro a Nairobi sono devastate – dice il missionario –. Ci raccontano di essere state ingannate all’origine, attraverso allettanti promesse e contratti di lavoro, e poi di essere state addestrate per ingannare, a loro volta, altre persone, svolgendo questo “lavoro” in condizioni para schiavistiche, con salari miserevoli, private delle loro libertà e della possibilità di chiedere aiuto». «Riflettendo sull’enciclica di Papa Leone Magnifica humanitas – continua padre Kizito –, penso a come la schiavitù, che resta una ferita aperta in Africa per tutto quello che è successo in passato, sia una piaga gravissima anche nel presente, specialmente laddove Internet e le nuove tecnologie e l’IA vengono usate contro la dignità delle persone». Paradossalmente, in Paesi come il Kenya, ma anche in Uganda, Nigeria, Sudafrica e in altri ancora, dove molti giovani raggiungono livelli alti di istruzione e una capacità avanzata di utilizzo delle nuove tecnologie, questo rischia di ritorcersi contro di loro, perché spesso non trovano un lavoro adeguato e rischiano di finire nelle reti criminali che usano il digitale per proporre allettanti prospettive di crescita formativa o professionale. Truffe molto sofisticate, che poi si traducono quasi sempre in condizioni di vita disumane. Altrettanto clamoroso e sconvolgente è stato il recente caso di giovani, sempre del Kenya, reclutati per andare a studiare in Russia e poi mandati al fronte in Ucraina. «Tutte queste situazioni – commenta padre Kizito – feriscono profondamente non solo le persone coinvolte, ma l’intera società. Sono situazioni che creano molta sofferenza, ma anche una grande sete di diritti, di rispetto e di riconoscimento della dignità umana».
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