Gli iraniani soffrivano di più tra i deportati a Manus
diĀ Giorgio Licini
Nell'isola della Papua Nuova Guinea l'Australia aveva confinato decine di giovani migranti provenienti da vari Paesi. Il dolore era diffuso, ma chi veniva da Teheran era disperato e compiva terribili atti di autolesionismo

La terribile guerra in Iran ha riportato i miei ricordi (non lieti) indietro di qualche anno. Nel 2019 ho conosciuto in Papua Nuova Guinea alcune centinaia di giovani provenienti da quel paese e da altre nazioni comprese tra il Sudan e il Myanmar. Avevano tentato di raggiungere lāAustralia nella seconda metĆ del 2013 e ce lāavevano fatta. Ma nel frattempo una legge durissima era stata approvata, che impediva in modo permanente a chiunque arrivasse via mare in modo irregolare di risiedere in Australia o diventarne cittadino. Le uniche alternative erano tornare a casa o essere deportato sulla remota isola di Manus in Papua Nuova Guinea o di Nauru ancora più lontano nellāOceano Pacifico. I maschi maggiorenni arrivati in Australia senza famiglia finirono a Manus. Più di tremila di loro. La mia prima visita a Manus allāinizio del 2019 a nome della Conferenza episcopale, di cui ero segretario, fu uno shock. Non per le condizioni dei campi, nel complesso ben tenuti e migliori di quelli di primo arrivo cinque anni prima, ma per la disperazione degli ospiti e il comportamento verso sĆ© stessi. Sentirsi intrappolati tra una porta che si era chiusa per sempre ā quella di casa ā ed una che non si era aperta ā quella dellāAustralia ā provocava ansia, depressione e disperazione oltre il limite dellāimmaginabile. Lāunico percorso di evacuazione verso lāAustralia era quello sanitario, ma bisognava essere veramente ammalati e in pericolo di vita. Da qui forme estreme di autolesionismo: taglio delle vene, lamette da barba nello stomaco, la testa sbattuta contro il muro fino a perdere i sensiā¦
Proprio gli iraniani erano i più avviliti. Meno gli africani, i pakistani, gli afghani⦠Gli iracheni erano i più ārottiā, a volte proprio a pezzi, anche fisicamente, dopo quello che avevano passato prima sotto Saddam Hussein e poi con lāoccupazione americana. Ma gli iraniani avevano una fame di libertĆ da far paura. Appartenevano a tre gruppi. I curdi, oltre la loro questione etnica e indipendentista, non potevano tollerare il regime religioso e teocratico degli ayatollah. Gli ahwazi, minoranza araba e sunnita, lo stesso (ma una grande quantitĆ del petrolio iraniano viene estratto nella loro zona, per cui devono stare con lāIran). I giovani persiani del mainstream, molti da Teheran, semplicemente avrebbero voluto respirare: libertĆ di pensiero, di relazioni, di vita sociale; non vedevano il motivo dellāostilitĆ allāAmerica e ad Israele; e perchĆ©ā ingenti risorse nazionali dovessero andare a finanziare gruppi e interessi bellici oltre i confini dellāIran. Alcuni erano diventati cristiani in odio allāislam politico del loro Paese. Scappavano dal regime, non dallāIran. Ci sarebbero tornati, potendo. Non erano poveri in patria. Quale percentuale di cittadini sostiene il regime in Iran? I deportati sullāisola di Manus parlavano del 10-15% circa, situandoli tra coloro che del regime vivono e si avvantaggiano economicamente, professionalmente e socialmente. Una minoranza, ma armatissima e difficile da battere. Ā«E se un giorno gli ayatollah e i loro adepti venissero sconfitti?Ā» ā chiedevo a volte. Ā«Verrebbero tutti uccisiĀ» ā era la risposta immediata, senza astio o senso di rivalsa, quasi una scontata regola del gioco. Le dittature, in modo a volte sincero o più spesso bugiardo, si autogiustificano, si dichiarano e si credono la migliore soluzione per il loro popolo. Ma sempre evitano di chiedergliene conferma tramite elezioni libere e trasparenti. E le sofferenze che provocano sono indicibili and inimmaginabili a distanza.
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