La classe e quel «siediti vicino a me». Se la scuola si fa spazio di cittadinanza

Un lettore sottolinea come basti un sorriso per accogliere il nuovo compagno e insegnare ai ragazzi ad accorgersi degli altri. E' vero: l’istruzione deve offrire un modello di convivenza positivo e condiviso
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September 15, 2026
Caro Avvenire , ci sono bambini che il primo giorno di scuola ritrovano gli amici di sempre. E poi c’è il “bambino nuovo”. Quello che entra in classe e non conosce nessuno. Quello che magari arriva da un’altra città o dall’altra parte del mondo e porta con sé una lingua diversa, una storia diversa. Per lui può essere un momento molto difficile. E allora penso che basti davvero poco. Un «vieni, siediti vicino a me». Un sorriso. Un invito a giocare durante la ricreazione. Piccoli gesti, ma capaci di cambiare la giornata di chi li riceve. Insegniamo ai nostri figli a essere preparati e competitivi. Ma chi insegna loro ad accorgersi degli altri? Chi insegna loro che non è una debolezza tendere una mano, ma una forma di forza?
Francesco Vitale
Catania
Caro Vitale, all’inizio dell’anno scolastico la sua riflessione introduce un elemento di sensibilità e delicatezza che ci fa guardare con accresciuta speranza ai percorsi formativi dei nostri giovani. Mi permetto di interpretare le sue stesse domande finali come orientate retoricamente a una risposta positiva. La stragrande maggioranza degli insegnanti ha un atteggiamento di apertura e di inclusione; le nostre classi, pur a volte con innegabili difficoltà, sono laboratori di una società dove non contano solo le nozioni e le competenze ma si tenta di far crescere una cittadinanza davvero solidale. Semmai il problema sono le influenze che dall’esterno arrivano anche a scuola.
E non si tratta soltanto della presenza di studenti provenienti da altre tradizioni culturali, che pure qualche illustre intellettuale presenta soprattutto come un problema per la formazione degli “italiani” e per la continuità della nostra tradizione. Mi riferisco a un indebolimento generale della cultura di cittadinanza, che influenza inevitabilmente anche i più piccoli fuori dalle aule. In questo senso, è significativo un punto programmatico dell’AfD vincitrice nelle elezioni regionali tedesche in Sassonia-Anhalt: la legalizzazione del cosiddetto homeschooling, ovvero l’istruzione domiciliare, sotto la supervisione di genitori o parenti, al di fuori degli istituti. Il pluralismo formativo è un diritto e un arricchimento, il faticoso percorso che in Italia ha portato le scuole paritarie nel sistema nazionale lo testimonia. La questione, invece, riguarda qui un potenziale scollamento tra i valori fondanti della società e gli orientamenti dei singoli. Siamo sicuri, caro Vitale, che tutti insegneranno che tendere la mano è un segno di forza e non di debolezza? Non è meglio fare sì che ciò avvenga in ambienti adatti a questa socializzazione civica?
Certo, abbiamo bisogno di scuole che svolgano bene il loro compito, che non è indottrinare né fare propaganda per questa o quella ideologia, tanto meno a favore o contro un partito politico. La collaborazione tra docenti e famiglie è cruciale. Tuttavia, ciascun attore del processo educativo dovrebbe mantenere la propria autonomia. Devono, per esempio, padre e madre autorizzare la partecipazione dei loro figli a programmi di educazione affettiva o sessuale? La recente normativa che ha introdotto divieti o la necessità di un consenso esplicito ha sollevato un tema spinoso. In linea di principio, la libertà di scelta dei genitori non è in discussione. Tuttavia, un altro argomento può essere offerto. Spesso, e plausibilmente, si afferma che nei casi di disabilità e di situazioni di grave disagio le famiglie dovrebbero essere sostenute ad ampio raggio dallo Stato – si ricordi il recente, tragicissimo caso dell’omicidio-suicidio con tre vittime a Pietralata. Inoltre, una serie di doveri vincolanti è in capo ai genitori nei confronti dei figli, compreso quello di sottoporli alle vaccinazioni stabilite dalla legge – si rammenti qui il caso della bambina non immunizzata morta in Sicilia di difterite.
Questo significa che l’utilità e l’eventuale dannosità di determinati interventi non possono sempre essere valutate dal solo nucleo familiare, cui spetta comunque la responsabilità primaria. Spesso richiedono il confronto con le competenze e i valori di una comunità più ampia, scolastica o sanitaria. Abbiamo quindi bisogno di una scuola che sappia educare a tendere la mano ai nuovi compagni, a relazionarsi in modo rispettoso e a non alzare mai le mani – l’efferata uccisione di Lorena Isceri, rapita e gettata da un cavalcavia autostradale, ci lascia ancora sgomenti.
Insomma, caro Vitale, dal suo tenero ritratto di un primo giorno di scuola caratterizzato dal sorriso siamo finiti a parlare di tragedie che purtroppo hanno costellato le recenti cronache. È però inevitabile interrogarsi sul ruolo dell’istruzione nell’offrire un modello di convivenza positivo e condiviso. Non dimentichiamo che la scuola svolge anche una funzione di controllo sociale. La frequenza regolare, abbinata a relazioni educative solide e attività significative, costituisce un fattore di protezione dal bullismo, dalla devianza e dalla criminalità giovanile. È dunque una buona notizia che nel 2025 il tasso di abbandono scolastico precoce sia sceso all’8,2 per cento. Far sì che il maggior numero possibile di ragazzi prosegua gli studi è una delle vie più sicure per il loro bene e per quello dell’intera collettività. A partire dal sorriso che riceveranno nel loro primo giorno in classe.

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