«Guterres che ha fatto sinora sul clima?». No alla rassegnazione: mobilitiamoci dal basso
Un lettore contesta i tardivi allarmi dell’Onu. «I doverosi richiami non sono stati abbastanza efficaci, ma vale sempre la pena di impegnarsi fino all’ultimo»

Caro Avvenire , il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha lanciato un nuovo e severo allarme sullo stato del clima globale, dichiarando che il pianeta è entrato in una “zona di pericolo” a causa del combinato disposto tra riscaldamento globale ed eventi meteorologici estremi. Che cosa suggerisce Guterres? Una proposta sacrosanta: ridurre immediatamente le emissioni e mobilitare le risorse per proteggere le comunità più vulnerabili prima che gli effetti si protraggano ulteriormente nel 2027. Quindi tutto quello che non si è fatto almeno dagli accordi di Parigi sul clima del 2015 fino ad adesso, si dovrebbe fare negli ultimi 4 mesi del 2026 e in gennaio e febbraio 2027? L’autorevole presa di posizione mi ricorda i giochi che facevamo da bambini con la fionda. Il tiro si poteva fermare fino a un istante prima di staccare le dita. Ma dopo non si poteva fare più nulla. Non so se il Dottor Guterres ne abbia piena consapevolezza, ma la pietra oggi è partita. Chiedo scusa per l’impertinenza: dov’è stato finora e che cosa faceva António Guterres?
Vito Emilio Piccichè - Alcamo (TP)
Vito Emilio Piccichè - Alcamo (TP)
Caro professor Piccichè, la crisi ambientale è così seria (e costituisce l’argomento giusto per riprendere il colloquio con i lettori in questo prezioso spazio) che anche l’ironia è paradossalmente uno strumento che può giovare alla discussione. Il suo sarcasmo, però, mi pare orientato a uno scetticismo e una rassegnazione che non condivido. Proprio la sua esperienza educativa di dirigente scolastico, credo, mostra quanto sia importante trasmettere ai più giovani la convinzione che valga sempre la pena di impegnarsi e di spendersi fino all’ultimo quando sono in gioco la salute e il benessere di tutti, e dei più vulnerabili in particolare. António Guterres, come segretario generale delle Nazioni Unite in carica dal 2017, si è costantemente battuto per politiche più incisive di mitigazione del cambiamento climatico, entrando più volte in aperto contrasto, per esempio, con la linea seguita dalle Amministrazioni Trump (ricordiamo che il presidente Usa decise il ritiro dall’Accordo di Parigi durante il suo primo mandato).
In tutta evidenza, i doverosi richiami di quella che è percepita quale autorevole figura politica e morale internazionale non sono stati tuttavia abbastanza efficaci. È di questi giorni la valutazione scientifica secondo cui il superamento, almeno temporaneo, della soglia di 1,5 °C indicata dall’Accordo di Parigi appare ormai inevitabile, mentre i ripetuti picchi di calore estivo ci hanno fatto sperimentare direttamente che cosa significa vivere e lavorare quando la temperatura sale oltre i livelli cui il nostro organismo è abituato. Tutto ciò mentre assistiamo sgomenti a tragedie come quella del Nepal, dove il collasso di un ghiacciaio ha innescato una catena di eventi devastanti, con oltre 1.300 morti e 5mila dispersi a oggi. Si sta ancora indagando sul ruolo del rialzo termico nello scioglimento e nel crollo improvviso.
E poi, caro Piccichè, se è vero che in sei mesi non potremo colmare i ritardi dell’ultimo decennio, Guterres non si riferiva a questo. Intendeva piuttosto dire che dobbiamo attrezzarci per contenere gli effetti dell’intensificazione di El Niño, destinati a manifestarsi nel breve periodo. Più in generale, è importante non dimenticare chi sono i veri responsabili dei ritardi nella transizione climatica: tutti coloro che perseguono attivamente o si adeguano passivamente allo status quo.
Pochi giorni fa ho incontrato un collega docente universitario, intelligente e brillante, il quale si ostina a sostenere che non c’è da preoccuparsi troppo: oscillazioni ci sono sempre state, l’umanità è abituata a muoversi, diventeranno accoglienti e fertili immense aree in Siberia e in Canada, tanti potranno trasferirsi là… C’è un bel romanzo di Bruno Arpaia, Qualcosa, là fuori (Guanda), che presenta una storia simile – migrazioni di massa verso la Scandinavia dall’Europa meridionale ormai arida e inabitabile –, ma è un racconto distopico e angosciante, ripreso nella sua più recente opera, inequivocabile fin dal titolo, Il mondo senza inverno .
Ciò di cui abbiamo urgente bisogno è un’efficace mobilitazione dal basso sia per spingere i governi ad agire con maggiore determinazione e rapidità sia per denunciare e contrastare i grandi interessi economici che ancora alimentano il sistema basato sui combustibili fossili. Il movimento giovanile dei Fridays for Future sembra avere progressivamente perso forza. Il noto filosofo e sociologo Bruno Latour, insieme con Nikolaj Schultz, ha proposto qualche anno fa il concetto operativo di “classe ecologica”, una nuova forma di consapevolezza e di azione collettiva basata sulla condivisione di fragilità ecologiche, capace di spingere a rivendicazioni politiche condivise. Non si tratta del superato appello “Proletari di tutti i Paesi, unitevi!”, bensì di una chiamata a coloro che rischiano in diversi modi e in contesti differenti di essere vittime del cambiamento ambientale: persone spinte a migrare per cercare cibo, braccianti al lavoro nelle campagne infuocate, popolazioni rivierasche a rischio di essere sommerse, anziani soli e senza aria condizionata nelle città bollenti, persone afflitte da problemi di salute mentale dopo eventi atmosferici catastrofici (una nuova emergenza dentro l’emergenza). E sono soltanto alcuni esempi. Tuttavia, fatica a formarsi una saldatura tra queste povertà della nostra epoca, mentre in molti casi i decisori sembrano poco sensibili ai drammi attuali e a quelli futuri.
Insomma, caro Piccichè, più che prendercela con un Guterres a fine corsa, sarebbe meglio focalizzarsi sulle trattative in corso per scegliere il suo successore al Palazzo di Vetro. C’è da augurarsi che chi verrà nominato sia ben consapevole delle sfide impellenti che ci sono davanti e disposto a farsene volenteroso interprete.
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