Grave aver sporcato il ricordo di Mazzola

Non ci sono attenuanti per chi rifiuta uno dei fondamenti del vivere civile: il rispetto per i defunti, la solidarietà che dovrebbe manifestarsi davanti alla sofferenza e alla morte che ci accomunano come esseri vulnerabili
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September 25, 2026
Grave aver sporcato il ricordo di Mazzola
Caro Avvenire, triste episodio prima di Juventus-Atalanta domenica scorsa. Un comportamento ingeneroso è avvenuto all’Allianz Stadium, dove una parte della tifoseria ultras si è voltata di spalle e ha intonato cori durante il minuto di silenzio per la scomparsa di Sandro Mazzola. Nel quadro dell’ordinamento sportivo e giuridico italiano, un comportamento del genere deve essere punito attraverso diverse modalità e livelli di responsabilità. Nei confronti dei responsabili scatti il divieto di accedere a qualunque impianto sportivo per diversi anni.
Celso Vassalini
Brescia
Caro Vassalini, la sua non è stata l’unica lettera ad Avvenire su questo caso esecrabile, che ha suscitato reazioni diffuse. Ciò dimostra che il calcio continua a essere un fenomeno sociale rilevante, ben oltre la dimensione dello sport agonistico. La sconsolante assenza della nostra Nazionale dai Mondiali per tre edizioni consecutive, gli altalenanti risultati dei nostri club nelle coppe europee, l’assenza di campioni capaci di caratterizzare un’epoca non fanno calare la passione italiana per il pallone. Prendiamo i dati: in Serie A, negli ultimi tre anni, la media degli spettatori negli stadi ha superato le 30mila unità, con una crescita rispetto al periodo precedente. Nella scorsa stagione, a Milano, il Meazza è stato affollato a ogni partita da circa 73mila persone: se si moltiplica per le 38 giornate del campionato tra Inter e Milan, fanno 2 milioni e 774mila presenze. Ovviamente, gli abbonati siedono sempre sugli spalti, ma i frequentatori di San Siro sono probabilmente ben più di 150mila.
Questi numeri aiutano a contestualizzare l’episodio di Torino, non per ridurne la gravità simbolica, ma per chiederci come mai continuino a essere tollerati gruppi di tifosi che non rispettano nemmeno il ricordo di un fuoriclasse appena scomparso. Tra l’altro, Sandro Mazzola, diventato giocatore simbolo dell’Inter e in maglia azzurra, quindi apprezzato commentatore, era come si sa figlio di Valentino, capitano del Torino, morto nell’incidente aereo di Superga nel 1949. Lo stesso Sandro aveva condannato l’irrisione alle vittime di quella tragedia in occasione del derby della Mole nel 2014. A gran parte di noi non sarebbe nemmeno venuto in mente di voltare le spalle durante il minuto di silenzio e inneggiare a famosi juventini del passato, come è accaduto nella Curva Sud. Parte del pubblico ha cercato di sovrastare la protesta con gli applausi (altri però si sono uniti ai cori) e la società si è prontamente dissociata. Per questo la sanzione è stata blanda: il giudice sportivo ha stabilito una multa di 10mila euro alla Juventus considerando gli elementi di cui sopra.
Il punto è che non ci sono attenuanti per chi rifiuta (o perlomeno sembra non capire) uno dei fondamenti del vivere civile: il rispetto per i defunti, la solidarietà che dovrebbe manifestarsi davanti alla sofferenza e alla morte che ci accomunano come esseri vulnerabili. Ovviamente, vediamo ogni giorno scene di guerra in cui questi sentimenti sono soffocati e delle persone si fa scempio. Ma negli stadi dovremmo essere al massimo rivali per 90 minuti, senza trascendere e, soprattutto, senza odio. Non per tutti è così, come si vede. Ne dà testimonianza un saggio sempre attuale del sociologo Alessandro Dal Lago: “Descrizione di una battaglia. I rituali del calcio”, in cui si descrivono le dinamiche dei gruppi strutturati di supporter.
Se di recente la magistratura ha scoperchiato gli affari criminali che ruotano intorno al tifo organizzato, in particolare a Milano e Torino, dove sono emersi anche cedimenti ai ricatti degli ultras, non riesco a comprendere perché la Figc, la Lega e, soprattutto, i club, che pure hanno collaborato alle inchieste, non intervengano con ancora maggiore decisione nel recidere in profondità ogni rapporto con gli ultras irrispettosi e violenti, in modo da isolarli e allontanarli, visto che i Daspo di pubblica sicurezza da soli non sono sufficienti (e in questa occasione, peraltro, erano difficilmente applicabili). Spetta poi anche agli altri frequentatori del mondo del football – fra i primi gli stessi atleti – dissociarsi nettamente da un malcostume che spesso degenera nell’intolleranza, per fare il vuoto intorno a chi porta sì colore e rumore ma alla fine, con i suoi eccessi, fa solo il male di questo sport.
Insomma, caro Vassalini, non possiamo pretendere che i brutti sentimenti circolanti intorno a noi, lo si vede con evidenza sui social media, restino magicamente fuori dagli stadi. Continuare a indignarsi e cercare di farsi parte attiva per contrastarli restano comunque vie di resistenza che aiuteranno il nostro calcio a esprimere il suo volto migliore e magari, lo speriamo, a tornare vincente.

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