Insegnanti aggrediti, chiediamoci
che cosa dovremmo fare oggi

Dobbiamo intraprendere una direzione diversa, che riporti la scuola al centro del dibattito pubblico con serietà ed equilibrio. E che abbia il coraggio di indicare l’elefante nella stanza
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September 22, 2026
Insegnanti aggrediti, chiediamoci
che cosa dovremmo fare oggi
/ FOTOGRAMMA
Caro Avvenire, le recenti aggressioni a docenti, nelle scuole italiane, vengono sempre più attribuite all’uso degli smartphone e all’influenza di gruppi web che fomentano la violenza. Non sono d’accordo. Nelle scuole americane le stragi sono storia, cominciate in un’epoca in cui il telefono aveva filo e cornetta. Quindi, la causa principale deve essere un’altra. Ricordo che quando andavo a scuola c’era grande solidarietà tra gli studenti. Ma la società italiana è profondamente cambiata e questo si riflette sulla scuola.
Enrico Folli
Solarolo (Ra)
Caro Avvenire, Chiara Mocchi e Isabella Marsilio, le due professoresse vittime di accoltellamento da parte di alunni andrebbero premiate per il messaggio che trasmettono con le loro parole. Leggere pensieri di solidarietà rivolti alle coscienze dei giovani in formazione è qualcosa che ci tocca e fa comprendere che nella pietà che non cede al rancore si impara l’amore.
Daniele Mosconi
Fondi (Lt)
Cari lettori, l’aggressione, agghiacciante per le sue modalità, nella scuola media di Centocelle spinge a riflettere su numerose tematiche che intersecano la nostra società. In primo luogo, penso però vada espressa piena solidarietà all’insegnante presa di mira, al di là delle sue parole immediatamente dopo il fatto. I docenti hanno un ruolo chiave e sono un presidio indispensabile di cultura e cittadinanza: se diventano bersaglio di loro giovanissimi allievi, deve scattare un allarme che coinvolge tutti. Non stiamo parlando di uno spintone motivato da rabbia e frustrazione momentanee (atto, comunque, da condannare senza esitazione), ma di un macabro rito premeditato, che prevedeva un pubblico online, cui si offre d’essere spettatore di violenza gratuita in diretta streaming. Solo questo dovrebbe dirci la gravità e la pericolosità dei comportamenti che vengono veicolati sulla Rete, caro Folli, e che trovano fertile terreno in ragazzi che sembrano avere perso il senso della realtà insieme alle minime coordinate morali.
Non è successo solo a Roma, recentemente casi simili si sono registrati a Trescore Balneario e a San Vito Lo Capo, esattamente, Centro, Nord e Sud Italia. Nessuna zona franca: piccoli paesi e grandi città, basta uno smartphone per essere parte di un ambiente digitale dematerializzato che però crea effetti concreti e drammatici. Installare metal detector alle porte di tutti gli istituti del Paese per evitare l’ingresso dei coltelli sarebbe un ben triste rimedio, una certificazione dell’inefficacia delle pratiche educative, anche se la sicurezza va certamente garantita. Non dimentichiamo l’uccisione di Abanoub Youssef, diciottenne, accoltellato da un compagno all’Istituto professionale Chiodo, a La Spezia il 16 gennaio scorso.
Come reagire a queste esplosioni di violenza? Nella narrazione pubblica, oscilliamo tra due poli opposti. La comprensione e il perdono lodevolmente espressi dalle professoresse Chiara Mocchi e Isabella Marsilio, da una parte; dall’altra, l’invocazione di pene più severe, dell’abbassamento della soglia di imputabilità (l’accoltellatore tredicenne di Roma non è punibile) e modifiche al Codice penale già in cantiere per i minorenni. Sono entrambe posizioni di ampio richiamo mediatico, che suscitano discussione, ma rischiano di non lasciare traccia passata qualche settimana (se non si afferma prima qualche altro tema di richiamo).
Espressioni di misericordia di fronte a un ragazzino forse anche manipolato, che ha il diritto di non venire segnato a vita da un errore pur grave, aiutano a non alimentare sentimenti di odio e vendetta. Tuttavia, caro Mosconi, rischiano, pur nell’encomiabile buona intenzione di chi le esprime, di far apparire reati che vanno stigmatizzati senza indulgenza quali “marachelle” da superare in fretta. In realtà, sono gli esiti fortunatamente non tragici che hanno permesso questa lettura; ben diverso sarebbe stato se le ferite inflitte fossero risultate irreversibili o, addirittura, letali.
Ma neppure il solo inasprimento delle sanzioni pare offrire una risposta adeguata. Il tempismo dell’annuncio di misure governative volte a fissare un tetto agli alunni stranieri per classe e a vietare nelle scuole burqa e niqab dà inoltre la sgradevole impressione che il principale problema della scuola italiana sia la presenza di giovani che parlano altre lingue o hanno legami con culture diverse dalla nostra. Nessuno degli episodi richiamati risulta però spiegabile attraverso l’origine geografica degli alunni; a Centocelle, anzi, a fermare l’aggressore è stato uno studente originario della Repubblica del Congo. Anche qui, ovviamente, va evitata una retorica consolatoria che ignori le difficoltà reali e finisca con l’alimentare nuove tensioni.
Dobbiamo intraprendere una direzione diversa, che riporti la scuola al centro del dibattito pubblico con serietà ed equilibrio. E che abbia il coraggio di indicare l’elefante nella stanza: genitori e famiglie troppo spesso “ciechi” e accomodanti, che faticano ad assumersi il carico impegnativo di un’educazione all’attenzione e al rispetto dell’altro. Insomma, caro Folli e caro Mosconi, non necessariamente i tempi andati erano migliori. Certo, però, quelli attuali, che corrono rapidi e tumultuosi, ci chiedono un sovrappiù di cura e discernimento, parole e concetti che non godono, all’apparenza, di grande popolarità.

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