In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».
Non sono regole, non è un breve manuale d’istruzioni per imparare la vita sociale e familiare, e neanche un prontuario da sfogliare per cercare la cosa giusta da fare. Ciò che Gesù oggi ci lascia è piuttosto uno stile, il modo di custodire un legame quando ha provocato una ferita, o un graffio, di far sì che quella ferita non diventi infetta e ancora più dolorosa. Passi da fare in punta di piedi, senza sbandierare le tue ragioni, senza gridare la tua verità. Un modo discreto e sussurrato di ricomporre, di ricucire lo strappo: perché sì, Lui è anche un buon sarto, che inizia con il cercare di far combaciare i due lembi, di avvicinarli delicatamente per vedere se stanno insieme. Privatamente, a quattr’occhi e, se va bene, «avrai guadagnato tuo fratello». Ma in che senso? Cosa vuol dire «guadagnare»? Significa forse ottenere un profitto o realizzare un vantaggio? È come se il bilancio della nostra vita non si basasse sui titoli, sui conti in banca, gli appartamenti che siamo riusciti ad accumulare, ma sui volti, sulle persone che avremo custodito, sull’amore che avremo reso possibile. Rivoluziona la nostra economia, il nostro concetto di patrimonio questo Gesù. E l’altro, quello che mi ha ferito e graffiato, non è più l’avversario da vincere, da umiliare con le mie ragioni, ma diventa il bene che non voglio perdere, l’assenza che non voglio sentire. Per questo Gesù ci invita a non smettere di fare tentativi, di provare e riprovare fino allo sfinimento: e se proprio non ci riusciamo siano per noi come quei pubblicani con cui Lui mangiava e beveva, che chiamava per nome, ai quali lasciava sempre aperta la speranza, perché si sa, l’amore ragiona sempre così, non sa contare. Bastano per Lui anche solo due o tre che si mettono d’accordo per fargli fare cose strepitose: basta accordarsi come le corde di una chitarra, come gli strumenti di un’orchestra, ognuno col suo timbro, con la sua voce: la sinfonia è assicurata. Perché Lui sarà là, non sopra, non davanti, ma in mezzo, come il filo del sarto che tutto ricuce.
(Letture: Ez 33,1.7-9; Sal 94; Rm 13,8-10; Mt 18,15-20)
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