Quanto vale un uomo

Il mondo ha bisogno di vera speranza. Ne riceve, invece, surrogati. Dalla sentenza di Latina alle guerra dei talenti, il vero prezzo di una civiltà che ha smesso di sperare
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September 1, 2026
Quanto vale un uomo
Un uomo di trentun anni. Lavora a cottimo. È il migliore.
Ogni mattina, dagli altoparlanti dello stabilimento, una voce impersonale raccomanda agli operai di «trattare la macchina che vi è stata affidata con amore». Di curarne la manutenzione. Di rispettarne le esigenze. Nessuno raccomanda di trattare con amore l'operaio. Ludovico Massa, detto Lulù, non se ne accorge nemmeno. Ha sedici anni di fabbrica sulle spalle, due intossicazioni da vernice, un'ulcera, due famiglie da mantenere e un'unica certezza: il ritmo. Si è fatto macchina per stare al passo della macchina. Poi, un giorno, per risparmiare qualche secondo sul pezzo, infila la mano nel meccanismo ancora in movimento. Il dito resta là dentro. E dal macchinario, al posto del grasso, cola sangue.
Elio Petri girò La classe operaia va in paradiso nel 1971. Palma d'oro a Cannes l'anno successivo. Sembrava il ritratto impietoso di un mondo agli sgoccioli. Non era così.
L'8 luglio 2026, dopo cinque ore di camera di consiglio, la Corte d'Assise di Latina ha condannato in primo grado a sedici anni di reclusione l'imprenditore agricolo Antonello Lovato per la morte di Satnam Singh. Omicidio volontario con dolo eventuale. Il 17 giugno 2024, nelle campagne dell'Agro Pontino, un macchinario avvolgiplastica trainato da un trattore aveva tranciato di netto il braccio destro del bracciante indiano e gli aveva fratturato le gambe. Trentun anni. Esattamente l'età di Lulù Massa.
Non un dito. Un braccio.
E poi il dettaglio. Un dettaglio terribile. L'arto raccolto e deposto in una cassetta della frutta. L'uomo caricato su un furgone e scaricato davanti al cancello di casa. La cassetta abbandonata accanto ai cassonetti. Un'ora e mezza prima che qualcuno componesse il 112. Due giorni di agonia all'ospedale San Camillo. Lavorava senza contratto, per una paga oscillante tra i quattro e i cinque euro e cinquanta l'ora, là dove il contratto provinciale ne prevede nove lordi. Alla compagna, Soni Soni, la Corte ha riconosciuto una provvisionale di centoventimila euro.
Ecco, allora, il punto. Sempre e soltanto quel punto.
Quanto vale un uomo?
Il tribunale ha dovuto rispondere con una cifra, perché il diritto non dispone di altra lingua. Il problema è che l'intera nostra civiltà ha imparato a rispondere con una cifra. E lo fa non per necessità procedurale, ma per convinzione antropologica acquisita, oramai.
E qui si annida una questione (la questione?) forse decisiva. Dal valore che una civiltà attribuisce all'uomo discende, per intero, la speranza che essa è capace di offrirgli. Chi vale poco può sperare poco. Chi non vale nulla non può sperare nulla. Per Satnam Singh, quel pomeriggio, non esisteva alcuna speranza. Nel calcolo di chi decideva della sua vita egli non figurava come uomo, ma come costo. La disperazione non è mai un sentimento privato. È sempre il precipitato di un'antropologia.
Gli economisti dispongono di uno strumento tecnicamente ineccepibile e moralmente vertiginoso: il value of a statistical life, il valore statistico della vita. Serve a decidere quali investimenti in sicurezza convenga finanziare, misurando quanto una collettività sia disposta a spendere per ridurre di una frazione la probabilità di morire. Negli Stati Uniti oscilla intorno ai dieci milioni di dollari. Nel Regno Unito il ministero dei Trasporti si ferma a meno di due milioni di sterline. Stessa vita. Prezzi diversi. Dipende dal passaporto. Tutto è numero. Solo numero.
Non è cinismo: è metodo, è modello (politico, economico, sociale). I risultati li leggiamo nei bollettini. Nei primi sei mesi del 2026, in Italia, quattrocentottantadue persone sono morte lavorando o andando al lavoro: quasi tre al giorno. I dati Inail diffusi in agosto raccontano un calo dei decessi che nessuno può definire un'inversione di tendenza, perché nel frattempo gli infortuni crescono del 4,7 per cento. E c'è un dettaglio che dovrebbe togliere il sonno: mentre le morti dei lavoratori italiani diminuiscono, quelle dei lavoratori stranieri aumentano. Da settantacinque a novantacinque. Qualcuno potrebbe sospettare che il rischio non sia distribuito, ma assegnato.
E ora – nello stesso istante, sullo stesso pianeta – guardiamo all'altro capo del listino.
Nel mercato dell'intelligenza artificiale è in corso una guerra dei talenti senza precedenti nella storia economica. Si stima che i ricercatori davvero capaci di costruire sistemi di frontiera su larga scala siano poche centinaia in tutto il mondo. Per loro circolano pacchetti retributivi che raggiungono i cento, i centocinquanta, in casi estremi i trecento milioni di dollari tra stipendio, bonus e azioni.
Quattro euro l'ora per un braccio. Trecento milioni di dollari per una mente.
Verrebbe da gridare alla contraddizione. Sarebbe consolante. Ma è lo stesso listino, letto ai due estremi. In entrambi i casi il valore della persona coincide con l'utilità estraibile dalla persona. Cambia il moltiplicatore, non la formula.
Abbiamo trasformato l'uomo in un mezzo, in uno strumento, in un ingranaggio di un modello estrattivo.
E una civiltà che riduce l'uomo a mezzo non può più generare speranza. Può soltanto fabbricarne surrogati. Poi, quando i surrogati si consumano, resta la disperazione.
Poniamoci, allora, la domanda fondamentale: quale speranza possiamo noi portare nel mondo se siamo addirittura giunti a voler creare un uomo impastandolo con la distruzione della stessa verità dell'uomo?
La profezia di Isaia annuncia che nel servo del Signore spereranno le nazioni. Per entrare nel mistero di questa profezia è cosa giusta che ci chiediamo: che cos’è la speranza che Cristo Gesù viene a portare sulla nostra terra e nei nostri cuori? Possiamo rispondere con l'episodio della sinagoga raccontato nel Vangelo di Matteo. Vi è un uomo che ha una mano paralizzata. Qual è la speranza per questo uomo? Che la sua mano possa guarire. Che lui possa tornare nel pieno possesso del suo arto. Per i farisei e per gli scribi si può salvare una pecora se, in giorno di sabato, cade in un fosso. Per la pecora può esserci speranza. Per un uomo, invece, mai potrà esserci speranza. Di conseguenza, una pecora vale più di un uomo. Quale differenza vi è tra il loro pensiero e il pensiero dei pagani? Nessuna. Per i pagani, duemila porci valevano più della liberazione di un uomo posseduto da una legione di spiriti impuri. La stessa cosa dicasi per il figlio minore che aveva lasciato la casa del padre. Per i porci le carrube erano abbondanti. Per quell'uomo non ne esisteva neppure una. La vita di un porco aveva più valore della vita di un uomo. Per Gesù, invece, la vita di un uomo vale quanto la vita di Dio. Infatti, il Padre per la vita del mondo ha dato la vita del Figlio suo. E il Figlio suo è il Verbo Incarnato che si è fatto carne. Il Verbo è vero Dio e vero uomo. E il Verbo che è il vero Dio e il vero uomo, il Padre ha dato per la nostra salvezza.
Ecco la misura. La speranza di un uomo è grande quanto il valore che gli si riconosce. Se un uomo vale una cifra, la sua speranza sarà quella cifra. Ben misera. Se un uomo, invece, vale quanto la vita di Dio stesso, la sua speranza non ha più limiti e confini. Il suo valore è illimitato, e per questa ragione, la sua vita dovrebbe essere preservata e custodita.
Ritorna, allora, la stessa domanda iniziale: quanto vale un uomo? Da una lettura della storia emerge che l'uomo è sempre stato trattato come il sacrificato e il sacrificabile. Sacrificato e sacrificabile a ogni filosofia, a ogni ideologia, a ogni religione. Sì, anche per la religione l'uomo è il sacrificabile e il sacrificato. Cristo Gesù non fu sacrificato sull'altare di una religione che aveva perso il pensiero di Dio e al suo posto era subentrato il pensiero dell'uomo? Ecco perché anche la religione più vera diviene falsa quando sacrifica l'uomo.
Ecco cosa dice un “pagano” a proposito della religione dei pagani. Si tratta di Lucrezio che, nel De Rerum Natura, riferendo del sacrificio di Ifigenia in Aulide, così scrive:
«In questo argomento temo ciò, che per caso tu creda d’iniziarti ai principi di un’empia dottrina e di entrare in una via scellerata. Poiché invece, più spesso, fu proprio la religione a produrre scellerati delitti. […] Tanto male poté suggerire la religione.»
L'uomo è l’asservito. Ma è anche colui che asservisce. Ogni strumento, compresa la (falsa) religione, è utilizzato allo scopo. Se volessimo enumerare gli asservimenti dell'uomo sull'uomo, non potremmo più contarli. L’elenco sarebbe infinito. Ogni piega della nostra esistenza e della Storia ne è permeata. Siamo, oramai, schiavi di noi stessi. Schiavi delle opere delle nostre mani. Schiavi dei nostri pensieri. Schiavi dei nostri desideri insani. Ma siamo anche creatori di ogni schiavitù. E ogni schiavitù è perdita della speranza. Cristo Gesù è, invece, il solo Liberatore da ogni male e, poiché è il solo Liberatore da ogni male, è anche il solo Creatore della vera speranza. Egli la crea infondendo nei nostri cuori il suo Santo Spirito che ci dona la libertà dei veri figli di Dio. Dove non regna Cristo, l'uomo è sempre asservito all'uomo.
Ma oggi Cristo Gesù neanche più può essere nominato. Il suo Vangelo neanche più può essere predicato. È scandalo per i sapienti. Ma se Cristo non può essere nominato e il suo Vangelo non può essere predicato, si affermeranno inevitabilmente tante false verità. Quale speranza potremo costruire senza verità? Quale speranza potranno creare quelle religioni fondate sul pensiero degli uomini? Quale speranza possiamo noi creare se anche la nostra purissima fede rischia di divenire un impasto di pensieri del mondo e talvolta anche di pensieri di male?
È qui che l'innovazione armonica smette di essere teoria e diventa questione ontologica. Di vita o di morte. Si tratta di stabilire chi serve chi. Un'innovazione è armonica se e solo se è capace di creare speranza. Vera speranza. Non una speranza qualsiasi. Perché la vera speranza non è un generico ottimismo. L'ottimismo è una previsione. E le previsioni si smentiscono. Non è fortuna: la fortuna è un sorteggio, e i sorteggi hanno chi vince e chi perde. Non è progresso: il progresso è una direzione, non una promessa. La speranza è vera se la si crea in Cristo, con Cristo, per Cristo. Dove Cristo non regna nella pienezza della sua grazia, della sua verità, della sua luce, lì mai potrà essere creata la vera speranza. Volere la vera speranza senza Cristo è il vero peccato (anche cristiano) dei nostri tempi. La vera speranza è la certezza che un uomo vale sempre, indipendentemente da ciò che rende. E perciò la speranza ha un volto e una misura concreta. La misura di Dio. Quel Dio incarnato che è entrato in una sinagoga e ne è uscito solo dopo aver detto a un altro uomo tre parole che valgono l'intera storia della civiltà: «Tendi la tua mano». L’altro uomo la tese. E quella ritornò sana come l'altra.
Che ogni Armonauta, dunque, si lasci risanare per poter risanare.

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