Il bastimento รจ sempre lo stesso
Da Ceuta a Tarajal, da Marcinelle a Lampedusa: le migrazioni non sono l'emergenza di un'epoca, ma la forma ordinaria della Storia. Cambiano i mari, i moli, le lingue, i colori della pelle. Non cambia la domanda: siamo custodi o proprietari?

ยซMamma mia, dammi cento lire, che in America voglio andar. Cento lire io te li do, ma in America no, no, no.ยป
Cosรฌ recitava un canto popolare piemontese di fine Ottocento. Cento lire. Era il prezzo di un biglietto di terza classe da Genova a Buenos Aires, in quegli anni. Il prezzo con cui una madre piemontese comprava, senza saperlo, l'assenza definitiva di una figlia. Perchรฉ nella ballata โ adattamento di un'antica maledizione materna raccolta da Costantino Nigra โ il bastimento affonda. In mezzo al mare.
Centocinquant'anni dopo, il bastimento รจ sempre lo stesso. Solo che non ha piรน il nome di un piroscafo. Ha il nome di un frangiflutti. Tarajal. Poche centinaia di metri d'acqua e una barriera di cemento che si protende nel mare per impedire a dei corpi di aggirare una recinzione. Il 30 e il 31 luglio, in ventiquattro ore, a Ceuta โ exclave spagnola in Marocco โ si รจ riversata una folla di circa sessantamila persone, pari a oltre due terzi degli ottantacinquemila abitanti. Settantacinque le vittime accertate, ottantotto i cadaveri recuperati, quarantaquattro i dispersi cercati dai familiari. Il conto vero non lo sapremo mai. Il mare ha continuato per molti giorni a restituire ragazzi. Molti sono minorenni.
E mentre i ventisette ministri dell'Interno si riunivano d'urgenza e l'Italia sospendeva Schengen (con tutto quel che ne sta derivando), sui social marocchini si moltiplicavano gli appelli. Fotografie di ragazzi sorridenti. Nomi. Numeri di telefono. Madri che cercano figli. Le stesse della ballata piemontese, con lo smartphone al posto della scala d'oro. Leone XIV ha invocato la Madonna d'Africa e chiesto ยซsoluzioni di pace, stabilitร e giustiziaยป. Tre parole. In quest'ordine. Pace. Stabilitร . Giustizia.
Sarebbe falso leggere Ceuta come l'anomalia di un'estate. La migrazione non รจ un'emergenza della modernitร . ร la forma ordinaria in cui la nostra specie ha attraversato il tempo. Ogni civiltร che diciamo nostra รจ il sedimento di una migrazione riuscita: i Greci in Magna Grecia, gli Arabi in Sicilia, i Normanni dopo di loro. La stessa Calabria da cui scrivo รจ un palinsesto di approdi. Un crocevia di culture. Non c'รจ identitร , in particolare mediterranea, che non sia, in origine, un attracco.
E poi ci sono le grandi crisi, che seminano sofferenza. Da sempre. Con una regolaritร che dovrebbe farci arrossire. La carestia irlandese. Il Middle Passage, dodici milioni e mezzo di deportati in catene. Le deportazioni armene. La partizione dell'India. La Nakba. I tedeschi espulsi dall'Est. I boat people. Il Ruanda. La Siria. Il Sudan, oggi la piรน grande crisi di sfollamento del pianeta. Alla fine del 2025, secondo l'UNHCR, erano centodiciassette milioni e ottocentomila le persone in fuga. Per la prima volta in un decennio il numero รจ calato, ma soltanto perchรฉ sono cresciuti i ritorni: quattordici milioni e settecentomila, quasi sempre forzati e in contesti di fragilitร estrema. Il dato che sembra buono, guardato da vicino, nasconde il peggio.
E noi? Noi eravamo quelli del bastimento. Tra il 1876 e il 1976 lasciarono l'Italia circa ventisei milioni di persone: una delle piรน grandi emigrazioni della storia moderna. Andarono a scavare, a mietere, a costruire. E morirono. Massacrati ad Aigues-Mortes, linciati a New Orleans, sepolti a Monongah. E poi Marcinelle: l'8 agosto 1956, duecentosessantadue morti, centotrentasei italiani, scambiati con il Belgio a peso di carbone, duecento chili al giorno per ogni uomo mandato sottoterra. Pochi giorni addietro abbiamo celebrato i settant'anni di quella immane tragedia. Ricordo con commozione quando lโallora neo Presidente della mia Regione, Agazio Loiero, come primo atto del suo mandato decise di andare a rendere omaggio ai caduti di Marcinelle. Anni dopo, ebbe modo di presentare al Forum dei Premi Nobel per la Pace, il modello di accoglienza che si era sviluppato a Riace. Con lui cโerano Mimmo Lucano che di quella stagione fu (ed รจ ancora) simbolo e Wim Wenders che su quellโesperienza aveva girato un bellissimo corto dal titolo โIl voloโ che suggerisco di andare a rivedere. Mi si perdoni il riferimento localistico. Ma penso sia bello ricordare che una regione come la Calabria, per molti versi fragile ma allo stesso tempo infinitamente generosa, ha saputo sempre far vincere le ragioni dellโaccoglienza e della fratellanza rispetto a quelle del respingimento e della chiusura identitaria. La xenia (quella che gli antichi greci chiamavano โla legge di Zeus, la legge dello stranieroโ), qui non si รจ mai spenta.
Chi oggi, invece, grida ยซprima gli italianiยป (o prima qualunque popolo), quella legge, โ che nel messaggio evangelico troverร il suo definitivo ed universale compimento โ lโha dimenticata. Ignora che i nostri avi, per un secolo, furono esattamente quelli che oggi vediamo nuotare a Tarajal. Sporchi. Troppi. Inassimilabili. Portatori di malattie e di anarchia. Lo scriveva la stampa di mezzo mondo, con parole che riconosciamo, con un brivido, colpevolmente simili a quelle che usiamo oggi. La memoria รจ un dispositivo di veritร cui non si sfugge rifugiandosi nel sentimentalismo. Quando questo dispositivo si spegne, la Storia smette di insegnare e comincia a ripetersi.
C'รจ poi una dimensione che le statistiche non catturano. Abdelmalek Sayad โ algerino, allievo di Bourdieu, forse il piรน acuto interprete del fenomeno migratorio del Novecento โ la chiamรฒ la doppia assenza. Il migrante รจ assente due volte: nel luogo che ha lasciato, dove resta un fantasma benedetto e vagamente colpevole; e in quello dove arriva, dove esiste solo come braccio e come pratica amministrativa. Non appartiene piรน. Non appartiene ancora. ร, direbbe de Martino, una permanente crisi della presenza. E, dunque, dellโessere.
Ma รจ sul piano economico che la contraddizione diventa scandalo. La globalizzazione si regge sulla libera circolazione: capitali, merci, brevetti, dati, materie prime, sedi fiscali. Si pretende che tutto possa circolare. Tutto tranne una cosa. L'essere umano. L'unico fattore della produzione a cui il movimento รจ negato รจ, paradossalmente, quello che possiede un volto ed unโanima. E che della produzione dovrebbe essere beneficiario. Il capitale รจ cittadino del mondo; lโuomo รจ clandestino. La persona diventa mezzo. Il capitale diventa fine. Purtroppo non si tratta di una semplice disfunzione del sistema, bensรฌ della sua architettura strutturale. Un lavoratore immobilizzato รจ ricattabile, e un ricattabile costa meno. Per l'economia estrattiva la frontiera non รจ un ostacolo: รจ uno strumento di formazione del prezzo.
I numeri non si commuovono. Dicono la veritร . Certo, esigono di essere rigorosamente interpretati. Ma le interpretazioni possibili non sono molte. E, in ogni caso, tutte molto eloquenti. Le rimesse verso i Paesi a basso e medio reddito superano i seicentocinquanta miliardi di dollari l'anno: piรน dell'intero aiuto pubblico allo sviluppo. I poveri finanziano i poveri meglio dei ricchi, con i soldi guadagnati raccogliendo i nostri pomodori e assistendo i nostri anziani. In senso opposto il flusso รจ piรน imponente e assai meno raccontato. Secondo l'UNCTAD ottantotto miliardi di dollari lasciano ogni anno l'Africa in flussi illeciti, piรน di quanto il continente riceva in aiuti e investimenti. Si aggiungono il debito, che in decine di Paesi assorbe piรน dell'intera spesa sanitaria, e il drenaggio del capitale umano. Il medico formato a Lagos che cura a Manchester. Il Sud paga l'istruzione, il Nord incassa la competenza. E poi c'รจ il clima: l'Africa produce il quattro per cento delle emissioni globali e subisce in misura sproporzionata gli effetti della siccitร . Nel Sahel, dove la terra smette di dare cibo, la partenza non รจ una scelta ma una conseguenza fisica. Chi ha inquinato di meno migra di piรน; chi ha inquinato di piรน costruisce recinzioni.
Infine, la geografia delle materie prime. Il cobalto e il coltan dei nostri telefoni, il litio delle batterie, l'oro e il petrolio, vengono dai luoghi esatti da cui la gente scappa. Le terre, intanto, vengono acquistate o date in concessione per decenni. Estraiamo dal Congo e respingiamo il congolese. Vogliamo il cobalto, non il minatore. Prendere la risorsa e lasciare la persona. Trasformare un popolo in un giacimento. ร un'antropologia prima ancora che un'economia.
Sarebbe perรฒ un'ingenuitร pretendere che da tutto questo discenda un'unica conclusione politica, e che chi la contesta sia disumano. Gli Stati hanno il diritto e il dovere di governare i propri confini. Sessantamila ingressi in ventiquattro ore sono uno shock che nessuna cittร di ottantacinquemila abitanti puรฒ assorbire. E che si ritorce anzitutto contro i migranti, costretti a dormire per strada. La coesione sociale รจ un bene fragile, e i piรน esposti alla concorrenza al ribasso sui salari sono i lavoratori nativi meno protetti. Chi liquida queste preoccupazioni come razzismo consegna la questione ai peggiori imprenditori politici della paura. Ma occorre dire, anche, dove il realismo diventa illusione. L'Europa ha scelto, da un decennio, di appaltare la frontiera: Turchia, Libia, Tunisia, il protocollo Italia-Albania, il Regolamento europeo sui rimpatri approvato a giugno, con trattenimenti fino a ventiquattro mesi e centri in Paesi terzi. La logica รจ identica: pagare qualcuno perchรฉ trattenga altrove ciรฒ che non vogliamo vedere. Ceuta mostra il conto di quella scelta.
L'alternativa non รจ l'assenza di regole, bensรฌ l'esatto contrario: canali legali dimensionati sui fabbisogni reali del lavoro; riconoscimento dei titoli; un asilo europeo che distribuisca gli oneri invece di scaricarli sui Paesi di frontiera; corridoi umanitari, nati in Italia e capaci, in dieci anni, di portare in Europa migliaia di persone senza un solo morto e senza costi per lo Stato. Lo si dice da tempo, al punto da rischiare di apparire quasi come banalitร . E molti, quasi tutti, sembrano essere dโaccordo. Si tratta di implementare un modello di co-sviluppo che non sia elemosina nรฉ vetrina. Perchรฉ la vera domanda non รจ ยซcome fermarli?ยป. ร ยซperchรฉ partono?ยป. E finchรฉ la risposta resterร ยซperchรฉ il nostro modello ha bisogno che restino poveriยป, nessuna recinzione sarร abbastanza alta.
Non รจ utopia. Si puรฒ fare. Dobbiamo farlo. Cโรจ chi lo ha giร fatto. Cโรจ chi lo fa. Per esempio, gli Scalabriniani. O, piรน propriamente, i Missionari di San Carlo. Da quasi centoquarantโanni. Collaborando con le principali istituzioni globali. Sospinti dallo spirito del loro fondatore, il Vescovo San Giovanni Battista Scalabrini. Padre Protettore dei Migranti. Il loro superiore generale, il caro padre Leonir Chiarello, di fronte alle deportazioni di massa americane e alle retate autorizzate persino in chiese, ospedali e scuole, ha scritto che la protezione dei migranti ยซnon รจ un'opzione, ma un dovere moraleยป: ne conosciamo i volti, le notti insonni, le lacrime per le famiglie divise, ma anche la forza e il desiderio di contribuire al bene comune. E altrove ha osservato che i migranti, ยซsfidando le frontiereยป, ci mostrano altre strade per la convivenza internazionale. Chi attraversa un confine restituisce l'informazione che quel confine non produce: la misura reale della nostra giustizia. Il migrante รจ il reagente della civiltร : rivela ciรฒ che c'era giร .
Su questo la Chiesa non ha improvvisato. Nel 1952 Pio XII, con la Exsul Familia, poneva la Famiglia di Nazareth in fuga verso l'Egitto come archetipo di ogni famiglia profuga. Dio stesso, incarnandosi, ha conosciuto l'esilio. Nel 1963 Giovanni XXIII, nella Pacem in Terris, riconosceva il diritto di emigrare e di immigrare, e insieme quello โ piรน radicale e piรน dimenticato โ di non essere costretti a farlo. Nel 1967 Paolo VI consegnava alla Storia la formula che nessuna cancelleria, purtroppo, ha mai applicato: ยซlo sviluppo รจ il nuovo nome della paceยป. Poi รจ venuta Lampedusa: l'8 luglio 2013, primo viaggio del suo pontificato, Francesco getta una corona di fiori in mare e pronuncia due parole destinate a restare: ยซglobalizzazione dell'indifferenzaยป. Non accusa un governo. Accusa un'anestesia. Ed รจ piรน grave.
Sette anni dopo, nella Fratelli tutti, quel pensiero diventa visione spirituale prima che politica. Il buon Samaritano non รจ esortazione morale ma discrimine antropologico: davanti all'uomo ferito sul ciglio della strada, ogni societร si definisce. Da lรฌ i quattro verbi โ accogliere, proteggere, promuovere, integrare โ che non sono uno slogan ma una sequenza operativa. E la frase che andrebbe scolpita sui frangiflutti di tutti i mari: ยซnessuno si salva da soloยป. Attenzione, perรฒ: la Chiesa riconosce il diritto degli Stati a regolare i flussi e insiste sul dovere di creare le condizioni perchรฉ nessuno debba partire. Non chiede confini aboliti. Chiede confini abitati. E tuttavia nessuna di queste analisi tocca il punto. Perchรฉ il punto non รจ tecnico. ร, al solito, teologico.
C'รจ un versetto, sepolto nel Levitico, che, se fosse preso sul serio, farebbe crollare l'impalcatura del nostro immaginario politico. Dio parla della terra promessa, quella per cui si combatterร per millenni, e dice: ยซLa terra รจ mia, e voi siete presso di me come forestieri e ospitiยป. Forestieri. Ospiti. Non lo dice agli stranieri: lo dice ai proprietari. Per informarli che proprietari non sono. L'uomo biblico non possiede la terra: la riceve. Non ne รจ padrone: ne รจ custode. E la differenza tra custode e proprietario non รจ una sfumatura giuridica: รจ una frattura ontologica. Il proprietario dispone, recinta, esclude. Il custode serve, apre, risponde. Il primo genera confini. Il secondo genera comunitร .
Ecco perchรฉ Israele, portando le primizie al tempio, doveva recitare una professione di fede che non cominciava con una vittoria ma con una confessione di precarietร : ยซMio padre era un Arameo erranteยป. Un nomade. Un profugo. Un uomo senza terra. Il credo di un popolo comincia con il suo dichiararsi migrante, perchรฉ soltanto chi ricorda di essere stato straniero sa riconoscere lo straniero. Per questo la Torah vi torna con insistenza ossessiva: ยซNon opprimerai il forestiero: anche voi conoscete la vita del forestiero, perchรฉ siete stati forestieri in terra dโEgittoยป. L'argomento non รจ la compassione. ร la memoria. La compassione si esaurisce; la memoria obbliga.
E c'รจ un livello ulteriore, che la sola etica non raggiunge. Nel Vangelo di Matteo il giudizio finale non verte sui riti, nรฉ sulle appartenenze, nรฉ sulle opinioni. Verte su sei gesti, e uno รจ: ยซEro forestiero e mi avete accoltoยป. Il Cristo non dice di essere come il forestiero. Dice di essere il forestiero. Non dice, come nellโantica legge di Zeus, che potrebbe essere il forestiero. Dice, ancora una volta, di essere il forestiero. Per questo, come accennato prima, la legge evangelica porta a compimento le piรน antiche tradizioni. Non รจ metafora: รจ identificazione ontologica. L'ultimo che nuota di notte verso un frangiflutti non รจ l'oggetto della nostra caritร : รจ il soggetto che ci giudica. Non siamo noi ad accogliere Lui: รจ Lui che, facendosi accogliere, ci concede di esistere. Perchรฉ lui รจ Lui. Perchรฉ la terra non รจ nostra. Non lo รจ mai stata. Siamo tutti ospiti di passaggio su un pianeta che non abbiamo fatto. E l'unica cosa che ci verrร chiesta non sarร quanto abbiamo difeso le frontiere bensรฌ quanto abbiamo custodito la vita umana e la sua dignitร .
Il bastimento รจ sempre lo stesso, allora. Cambiano i mari. Cambiano i moli. Cambiano le lingue con cui le madri gridano i nomi dei figli. Ma non cambia la domanda. E non cambia la rotta. Siamo tutti pellegrini. Ogni Armonauta รจ migrante tra i migranti. In terra. Verso il Cielo. In Cristo โ con Cristo e per Cristo โ Migrante, come ci insegna Padre Scalabrini.
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