Il bastimento è sempre lo stesso

Da Ceuta a Tarajal, da Marcinelle a Lampedusa: le migrazioni non sono l'emergenza di un'epoca, ma la forma ordinaria della Storia. Cambiano i mari, i moli, le lingue, i colori della pelle. Non cambia la domanda: siamo custodi o proprietari?
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August 18, 2026
Il bastimento è sempre lo stesso
«Mamma mia, dammi cento lire, che in America voglio andar. Cento lire io te li do, ma in America no, no, no.»
Così recitava un canto popolare piemontese di fine Ottocento. Cento lire. Era il prezzo di un biglietto di terza classe da Genova a Buenos Aires, in quegli anni. Il prezzo con cui una madre piemontese comprava, senza saperlo, l'assenza definitiva di una figlia. Perché nella ballata – adattamento di un'antica maledizione materna raccolta da Costantino Nigra – il bastimento affonda. In mezzo al mare.
Centocinquant'anni dopo, il bastimento è sempre lo stesso. Solo che non ha più il nome di un piroscafo. Ha il nome di un frangiflutti. Tarajal. Poche centinaia di metri d'acqua e una barriera di cemento che si protende nel mare per impedire a dei corpi di aggirare una recinzione. Il 30 e il 31 luglio, in ventiquattro ore, a Ceuta – exclave spagnola in Marocco – si è riversata una folla di circa sessantamila persone, pari a oltre due terzi degli ottantacinquemila abitanti. Settantacinque le vittime accertate, ottantotto i cadaveri recuperati, quarantaquattro i dispersi cercati dai familiari. Il conto vero non lo sapremo mai. Il mare ha continuato per molti giorni a restituire ragazzi. Molti sono minorenni.
E mentre i ventisette ministri dell'Interno si riunivano d'urgenza e l'Italia sospendeva Schengen (con tutto quel che ne sta derivando), sui social marocchini si moltiplicavano gli appelli. Fotografie di ragazzi sorridenti. Nomi. Numeri di telefono. Madri che cercano figli. Le stesse della ballata piemontese, con lo smartphone al posto della scala d'oro. Leone XIV ha invocato la Madonna d'Africa e chiesto «soluzioni di pace, stabilità e giustizia». Tre parole. In quest'ordine. Pace. Stabilità. Giustizia.
Sarebbe falso leggere Ceuta come l'anomalia di un'estate. La migrazione non è un'emergenza della modernità. È la forma ordinaria in cui la nostra specie ha attraversato il tempo. Ogni civiltà che diciamo nostra è il sedimento di una migrazione riuscita: i Greci in Magna Grecia, gli Arabi in Sicilia, i Normanni dopo di loro. La stessa Calabria da cui scrivo è un palinsesto di approdi. Un crocevia di culture. Non c'è identità, in particolare mediterranea, che non sia, in origine, un attracco.
E poi ci sono le grandi crisi, che seminano sofferenza. Da sempre. Con una regolarità che dovrebbe farci arrossire. La carestia irlandese. Il Middle Passage, dodici milioni e mezzo di deportati in catene. Le deportazioni armene. La partizione dell'India. La Nakba. I tedeschi espulsi dall'Est. I boat people. Il Ruanda. La Siria. Il Sudan, oggi la più grande crisi di sfollamento del pianeta. Alla fine del 2025, secondo l'UNHCR, erano centodiciassette milioni e ottocentomila le persone in fuga. Per la prima volta in un decennio il numero è calato, ma soltanto perché sono cresciuti i ritorni: quattordici milioni e settecentomila, quasi sempre forzati e in contesti di fragilità estrema. Il dato che sembra buono, guardato da vicino, nasconde il peggio.
E noi? Noi eravamo quelli del bastimento. Tra il 1876 e il 1976 lasciarono l'Italia circa ventisei milioni di persone: una delle più grandi emigrazioni della storia moderna. Andarono a scavare, a mietere, a costruire. E morirono. Massacrati ad Aigues-Mortes, linciati a New Orleans, sepolti a Monongah. E poi Marcinelle: l'8 agosto 1956, duecentosessantadue morti, centotrentasei italiani, scambiati con il Belgio a peso di carbone, duecento chili al giorno per ogni uomo mandato sottoterra. Pochi giorni addietro abbiamo celebrato i settant'anni di quella immane tragedia. Ricordo con commozione quando l’allora neo Presidente della mia Regione, Agazio Loiero, come primo atto del suo mandato decise di andare a rendere omaggio ai caduti di Marcinelle. Anni dopo, ebbe modo di presentare al Forum dei Premi Nobel per la Pace, il modello di accoglienza che si era sviluppato a Riace. Con lui c’erano Mimmo Lucano che di quella stagione fu (ed è ancora) simbolo e Wim Wenders che su quell’esperienza aveva girato un bellissimo corto dal titolo “Il volo” che suggerisco di andare a rivedere. Mi si perdoni il riferimento localistico. Ma penso sia bello ricordare che una regione come la Calabria, per molti versi fragile ma allo stesso tempo infinitamente generosa, ha saputo sempre far vincere le ragioni dell’accoglienza e della fratellanza rispetto a quelle del respingimento e della chiusura identitaria. La xenia (quella che gli antichi greci chiamavano “la legge di Zeus, la legge dello straniero”), qui non si è mai spenta.
Chi oggi, invece, grida «prima gli italiani» (o prima qualunque popolo), quella legge, – che nel messaggio evangelico troverà il suo definitivo ed universale compimento – l’ha dimenticata. Ignora che i nostri avi, per un secolo, furono esattamente quelli che oggi vediamo nuotare a Tarajal. Sporchi. Troppi. Inassimilabili. Portatori di malattie e di anarchia. Lo scriveva la stampa di mezzo mondo, con parole che riconosciamo, con un brivido, colpevolmente simili a quelle che usiamo oggi. La memoria è un dispositivo di verità cui non si sfugge rifugiandosi nel sentimentalismo. Quando questo dispositivo si spegne, la Storia smette di insegnare e comincia a ripetersi.
C'è poi una dimensione che le statistiche non catturano. Abdelmalek Sayad – algerino, allievo di Bourdieu, forse il più acuto interprete del fenomeno migratorio del Novecento – la chiamò la doppia assenza. Il migrante è assente due volte: nel luogo che ha lasciato, dove resta un fantasma benedetto e vagamente colpevole; e in quello dove arriva, dove esiste solo come braccio e come pratica amministrativa. Non appartiene più. Non appartiene ancora. È, direbbe de Martino, una permanente crisi della presenza. E, dunque, dell’essere.
Ma è sul piano economico che la contraddizione diventa scandalo. La globalizzazione si regge sulla libera circolazione: capitali, merci, brevetti, dati, materie prime, sedi fiscali. Si pretende che tutto possa circolare. Tutto tranne una cosa. L'essere umano. L'unico fattore della produzione a cui il movimento è negato è, paradossalmente, quello che possiede un volto ed un’anima. E che della produzione dovrebbe essere beneficiario. Il capitale è cittadino del mondo; l’uomo è clandestino. La persona diventa mezzo. Il capitale diventa fine. Purtroppo non si tratta di una semplice disfunzione del sistema, bensì della sua architettura strutturale. Un lavoratore immobilizzato è ricattabile, e un ricattabile costa meno. Per l'economia estrattiva la frontiera non è un ostacolo: è uno strumento di formazione del prezzo.
I numeri non si commuovono. Dicono la verità. Certo, esigono di essere rigorosamente interpretati. Ma le interpretazioni possibili non sono molte. E, in ogni caso, tutte molto eloquenti. Le rimesse verso i Paesi a basso e medio reddito superano i seicentocinquanta miliardi di dollari l'anno: più dell'intero aiuto pubblico allo sviluppo. I poveri finanziano i poveri meglio dei ricchi, con i soldi guadagnati raccogliendo i nostri pomodori e assistendo i nostri anziani. In senso opposto il flusso è più imponente e assai meno raccontato. Secondo l'UNCTAD ottantotto miliardi di dollari lasciano ogni anno l'Africa in flussi illeciti, più di quanto il continente riceva in aiuti e investimenti. Si aggiungono il debito, che in decine di Paesi assorbe più dell'intera spesa sanitaria, e il drenaggio del capitale umano. Il medico formato a Lagos che cura a Manchester. Il Sud paga l'istruzione, il Nord incassa la competenza. E poi c'è il clima: l'Africa produce il quattro per cento delle emissioni globali e subisce in misura sproporzionata gli effetti della siccità. Nel Sahel, dove la terra smette di dare cibo, la partenza non è una scelta ma una conseguenza fisica. Chi ha inquinato di meno migra di più; chi ha inquinato di più costruisce recinzioni.
Infine, la geografia delle materie prime. Il cobalto e il coltan dei nostri telefoni, il litio delle batterie, l'oro e il petrolio, vengono dai luoghi esatti da cui la gente scappa. Le terre, intanto, vengono acquistate o date in concessione per decenni. Estraiamo dal Congo e respingiamo il congolese. Vogliamo il cobalto, non il minatore. Prendere la risorsa e lasciare la persona. Trasformare un popolo in un giacimento. È un'antropologia prima ancora che un'economia.
Sarebbe però un'ingenuità pretendere che da tutto questo discenda un'unica conclusione politica, e che chi la contesta sia disumano. Gli Stati hanno il diritto e il dovere di governare i propri confini. Sessantamila ingressi in ventiquattro ore sono uno shock che nessuna città di ottantacinquemila abitanti può assorbire. E che si ritorce anzitutto contro i migranti, costretti a dormire per strada. La coesione sociale è un bene fragile, e i più esposti alla concorrenza al ribasso sui salari sono i lavoratori nativi meno protetti. Chi liquida queste preoccupazioni come razzismo consegna la questione ai peggiori imprenditori politici della paura. Ma occorre dire, anche, dove il realismo diventa illusione. L'Europa ha scelto, da un decennio, di appaltare la frontiera: Turchia, Libia, Tunisia, il protocollo Italia-Albania, il Regolamento europeo sui rimpatri approvato a giugno, con trattenimenti fino a ventiquattro mesi e centri in Paesi terzi. La logica è identica: pagare qualcuno perché trattenga altrove ciò che non vogliamo vedere. Ceuta mostra il conto di quella scelta.
L'alternativa non è l'assenza di regole, bensì l'esatto contrario: canali legali dimensionati sui fabbisogni reali del lavoro; riconoscimento dei titoli; un asilo europeo che distribuisca gli oneri invece di scaricarli sui Paesi di frontiera; corridoi umanitari, nati in Italia e capaci, in dieci anni, di portare in Europa migliaia di persone senza un solo morto e senza costi per lo Stato. Lo si dice da tempo, al punto da rischiare di apparire quasi come banalità. E molti, quasi tutti, sembrano essere d’accordo. Si tratta di implementare un modello di co-sviluppo che non sia elemosina né vetrina. Perché la vera domanda non è «come fermarli?». È «perché partono?». E finché la risposta resterà «perché il nostro modello ha bisogno che restino poveri», nessuna recinzione sarà abbastanza alta.
Non è utopia. Si può fare. Dobbiamo farlo. C’è chi lo ha già fatto. C’è chi lo fa. Per esempio, gli Scalabriniani. O, più propriamente, i Missionari di San Carlo. Da quasi centoquarant’anni. Collaborando con le principali istituzioni globali. Sospinti dallo spirito del loro fondatore, il Vescovo San Giovanni Battista Scalabrini. Padre Protettore dei Migranti. Il loro superiore generale, il caro padre Leonir Chiarello, di fronte alle deportazioni di massa americane e alle retate autorizzate persino in chiese, ospedali e scuole, ha scritto che la protezione dei migranti «non è un'opzione, ma un dovere morale»: ne conosciamo i volti, le notti insonni, le lacrime per le famiglie divise, ma anche la forza e il desiderio di contribuire al bene comune. E altrove ha osservato che i migranti, «sfidando le frontiere», ci mostrano altre strade per la convivenza internazionale. Chi attraversa un confine restituisce l'informazione che quel confine non produce: la misura reale della nostra giustizia. Il migrante è il reagente della civiltà: rivela ciò che c'era già.
Su questo la Chiesa non ha improvvisato. Nel 1952 Pio XII, con la Exsul Familia, poneva la Famiglia di Nazareth in fuga verso l'Egitto come archetipo di ogni famiglia profuga. Dio stesso, incarnandosi, ha conosciuto l'esilio. Nel 1963 Giovanni XXIII, nella Pacem in Terris, riconosceva il diritto di emigrare e di immigrare, e insieme quello – più radicale e più dimenticato – di non essere costretti a farlo. Nel 1967 Paolo VI consegnava alla Storia la formula che nessuna cancelleria, purtroppo, ha mai applicato: «lo sviluppo è il nuovo nome della pace». Poi è venuta Lampedusa: l'8 luglio 2013, primo viaggio del suo pontificato, Francesco getta una corona di fiori in mare e pronuncia due parole destinate a restare: «globalizzazione dell'indifferenza». Non accusa un governo. Accusa un'anestesia. Ed è più grave.
Sette anni dopo, nella Fratelli tutti, quel pensiero diventa visione spirituale prima che politica. Il buon Samaritano non è esortazione morale ma discrimine antropologico: davanti all'uomo ferito sul ciglio della strada, ogni società si definisce. Da lì i quattro verbi – accogliere, proteggere, promuovere, integrare – che non sono uno slogan ma una sequenza operativa. E la frase che andrebbe scolpita sui frangiflutti di tutti i mari: «nessuno si salva da solo». Attenzione, però: la Chiesa riconosce il diritto degli Stati a regolare i flussi e insiste sul dovere di creare le condizioni perché nessuno debba partire. Non chiede confini aboliti. Chiede confini abitati. E tuttavia nessuna di queste analisi tocca il punto. Perché il punto non è tecnico. È, al solito, teologico.
C'è un versetto, sepolto nel Levitico, che, se fosse preso sul serio, farebbe crollare l'impalcatura del nostro immaginario politico. Dio parla della terra promessa, quella per cui si combatterà per millenni, e dice: «La terra è mia, e voi siete presso di me come forestieri e ospiti». Forestieri. Ospiti. Non lo dice agli stranieri: lo dice ai proprietari. Per informarli che proprietari non sono. L'uomo biblico non possiede la terra: la riceve. Non ne è padrone: ne è custode. E la differenza tra custode e proprietario non è una sfumatura giuridica: è una frattura ontologica. Il proprietario dispone, recinta, esclude. Il custode serve, apre, risponde. Il primo genera confini. Il secondo genera comunità.
Ecco perché Israele, portando le primizie al tempio, doveva recitare una professione di fede che non cominciava con una vittoria ma con una confessione di precarietà: «Mio padre era un Arameo errante». Un nomade. Un profugo. Un uomo senza terra. Il credo di un popolo comincia con il suo dichiararsi migrante, perché soltanto chi ricorda di essere stato straniero sa riconoscere lo straniero. Per questo la Torah vi torna con insistenza ossessiva: «Non opprimerai il forestiero: anche voi conoscete la vita del forestiero, perché siete stati forestieri in terra d’Egitto». L'argomento non è la compassione. È la memoria. La compassione si esaurisce; la memoria obbliga.
E c'è un livello ulteriore, che la sola etica non raggiunge. Nel Vangelo di Matteo il giudizio finale non verte sui riti, né sulle appartenenze, né sulle opinioni. Verte su sei gesti, e uno è: «Ero forestiero e mi avete accolto». Il Cristo non dice di essere come il forestiero. Dice di essere il forestiero. Non dice, come nell’antica legge di Zeus, che potrebbe essere il forestiero. Dice, ancora una volta, di essere il forestiero. Per questo, come accennato prima, la legge evangelica porta a compimento le più antiche tradizioni. Non è metafora: è identificazione ontologica. L'ultimo che nuota di notte verso un frangiflutti non è l'oggetto della nostra carità: è il soggetto che ci giudica. Non siamo noi ad accogliere Lui: è Lui che, facendosi accogliere, ci concede di esistere. Perché lui è Lui. Perché la terra non è nostra. Non lo è mai stata. Siamo tutti ospiti di passaggio su un pianeta che non abbiamo fatto. E l'unica cosa che ci verrà chiesta non sarà quanto abbiamo difeso le frontiere bensì quanto abbiamo custodito la vita umana e la sua dignità.
Il bastimento è sempre lo stesso, allora. Cambiano i mari. Cambiano i moli. Cambiano le lingue con cui le madri gridano i nomi dei figli. Ma non cambia la domanda. E non cambia la rotta. Siamo tutti pellegrini. Ogni Armonauta è migrante tra i migranti. In terra. Verso il Cielo. In Cristo – con Cristo e per Cristo – Migrante, come ci insegna Padre Scalabrini.

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