sabato 30 marzo 2019
Ci sono molti modi di affrontare la vita. Si può stare alla finestra oppure no, prenderla di petto o aspettare che qualcosa succeda. Muoversi o stare fermi. Sentirsi parte del mondo e farsi carico delle proprie responsabilità oppure restare spettatori. Esiste un modo giusto? Sì, ci ha ricordato qualche giorno fa papa Francesco, bisogna vivere con passione, perché senza la vita «è come una pasta in bianco senza sale». Parlava a un gruppo di giovani, Bergoglio, ma il discorso può valere per tutti, a ogni età. Perché nella vita bisogna anche essere sempre pronti a "rischiare": anzi, «è questa la bellezza della vita». Quando si è giovani non si può restare con le braccia conserte, non si può essere "giovani da divano", quelli che «sono passivi, seduti, che guardano come passa la storia», perché questa sarebbe «la fine della giovinezza in quanto la giovinezza non è passività ma sforzo tenace per raggiungere mete importanti, anche se costa». Nella vita, infatti, «niente è gratis», e «per andare avanti ci vuole lo sforzo di ogni giorno. Tante volte dobbiamo chiudere gli occhi davanti alle difficoltà e rifiutare i compromessi che ti porteranno nella mediocrità. Mettete questa parola bene nel cuore: un giovane passivo è un giovane che finirà nel fallimento, uno mediocre è uno che finirà nell'essere tiepido. Né caldo, né freddo, tiepido, senza gusto, senza aver lottato».
Quel di cui c'è bisogno, l'ingrediente che fa la differenza, è proprio la passione. Come la passione dei calciatori che «giocano perché vogliono vincere». Una vita, insomma, da affrontare con "impeto", e sempre con lo spirito "giusto": «Non lavorate per riempire le tasche di soldi ma per servire meglio gli altri. Il vostro lavoro nel futuro deve essere un servizio alla società, dovete essere di esempio». Affinché ciò si realizzi è indispensabile «una doverosa apertura del cuore», in quanto bisogna essere capaci di accorgersi di quanto accade attorno a noi, essere capaci di «confrontarsi con i veri problemi della vita e con le bellezze della vita», specialmente «in questo momento nell'umanità, dove ci sono tante guerre, stiamo vivendo la cultura della morte e del silenzio, dell'indifferenza: "A me non importa quel che accade lì". "Io guardo le mie tasche e niente altro". Con questa cultura della morte e dello scarto, voi dovete assumere i problemi della vita reale che non è un fatto teorico».
Tutto questo senza ma trascurare la preghiera, non quella dei "pappagalli" ma fatta con i tre linguaggi: «Della testa, del cuore e delle mani», ossia «il pensare, il sentire e il fare». «Questo è il confronto della vita che ci fa crescere, se si usano tutti e tre i linguaggi si torna a casa non con una risposta ma con un interrogativo. I giovani devono avere la capacità di farsi delle domande. Se non torni a casa con una nuova domanda a te stesso ti manca qualcosa...». La vita, infatti, è «un eterno dialogo» e questa consapevolezza aiuta a «non isolarsi». «Dialogare con se stessi va bene per riflettere ma occorre dialogare con gli altri»; e a questo riguardo ha ricordato un proverbio: «Se vuoi andare di fretta cammina da solo, se vuoi arrivare sicuro cammina in comunità, con gli altri». A iniziare dal dialogo in famiglia, perché «quando c'è dialogo in famiglia, c'è esperienza di vita». Un dialogo contagioso e appassionato, che fa crescere tutti. I giovani prima di tutto, certo, ma anche i genitori e i nonni. Per essere sempre «in cammino cercando di più, con la memoria delle radici ma guardando l'orizzonte».
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