Un prete può cambiare parrocchia senza tagliare le sue connessioni
venerdì 24 febbraio 2017

Con tutta la sensibilità ecclesiale che lo caratterizza Diego Andreatta, nel suo ultimo post sul blog “Vino Nuovo”, mette a fuoco una contraddizione alla quale assistiamo quasi sempre allorché un prete deve abbandonare la propria comunità (si intende, per normale avvicendamento e non per ragioni disciplinari). «Una regola non scritta acquisita dalla prassi e dalla tradizione pastorale – scrive Andreatta – prevede che quando un parroco lascia una comunità sappia girare pagina e “tagliare tutti i ponti” che si era costruito», in particolare per non condizionare, anche senza volerlo, il ministero del successore. Ma ciò comprende «anche le relazioni umane, di amicizia e di fiducia reciproca che aveva costruito e che erano state significative per la sua umanità di prete». Relazioni spesso strette con qualche famiglia che si era presa cura di lui, «in modo discreto e non esclusivo», e che in certi casi si erano rivelate una «riserva ossigenante di umanità e di fiducia».
Penso ai molti preti che conosco e che utilizzano i social network, in particolare Facebook, e mi chiedo il ruolo che tale frequentazione digitale può giocare nella situazione descritta da Andreatta. Un prete che cambia parrocchia potrebbe «togliere l'amicizia» ai parrocchiani di ieri o iniziare a ignorare i loro post, privando non solo sé stesso di un canale per sentire la loro prossimità fraterna, ma anche loro del suo sostegno, quando apprendesse da un post buttato lì una notte che stanno attraversando qualche dura prova? O cambiare la Sim e con essa azzerare la rubrica dei contatti? Mi viene il dubbio che, nell'era analogica, “tagliare i ponti” fosse più facile, ma con uno smartphone in tasca una qualche connessione rimanga quasi inevitabile. Almeno in quella misura minima, che Andreatta considera comunque sufficiente, alla manutenzione di quelle relazioni «che consentono al prete di essere anche più prete».

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