giovedì 13 gennaio 2005
La guerra è il prodotto di una corruzione precedente e, al tempo stesso, produce nuova corruzione. Il sangue è il ricco manto del dio delle armi. Siamo sempre immersi nelle tensioni, nelle paure, nella violenza. Le guerre clamorose del passato hanno lasciato spazio a conflitti infiniti e striscianti, ed è perciò sempre attuale meditare sul sangue versato da Caino, un sangue che cola nei secoli striando tutte le terre del nostro pianeta, «aiuola che ci fa tanto feroci», come diceva Dante (Paradiso XXII, 151). Abbiamo scelto oggi due frasi emblematiche. La prima è di un sociologo statunitense, Lewis Mumford (1895-1990), che aveva esaltato la necessità di ritrovarsi "comunità", per ricomporre un'umanità frantumata. Egli ci ammonisce sull'illusione di usare la guerra come strumento di giustizia. Essa non solo non sana squilibri e illegalità preesistenti ma ne aggiunge altri, in una catena di corruzione e perversione. Questo vale anche per la vita privata: con la violenza e l'odio non si sana mai nulla, né si placa un contenzioso; anzi, lo si accende ulteriormente. Il coraggio di spezzare la catena del male è nella scelta della non-violenza, del perdono, della generosità. Ma sullo sfondo rimane la grande tentazione: tanti sono, infatti, gli adepti che si prostrano davanti al dio delle armi, il cui manto è rosso di sangue, come il drago dell'Apocalisse (c. 12) che tenta di sbranare la donna e il bambino. E' il drammaturgo cinquecentesco inglese Christopher Marlowe a ricordarcelo nella seconda citazione, un verso di grande efficacia. Esso risuona come un appello, quando siamo tentati anche noi di offrire il nostro granello di odio in sacrificio a questo dio delle armi.
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