Un altro sgambetto alle statali
martedì 13 luglio 2010
Senza clamori, negli uffici del ministero del Lavoro si sta confezionando un altro regalo alle dipendenti statali già colpite dal drastico aumento dell'età pensionabile a 65 anni. Già dallo scorso anno, alle primissime battute di questo provvedimento, Avvenire aveva segnalato, a vantaggio delle interessate e nel generale silenzio di altri organi di informazione, la presenza di una scorciatoia che avrebbe consentito di ottenere la pensione ancora a 60 anni, in barba ad ogni peggiore requisito sull'età. È la legge 322 del lontano 1958. Questa legge fu motivata da un criterio di alta etica sociale: si diceva che lo Stato opera nei rapporti con i suoi dipendenti nella veste di datore di lavoro ma, nello stesso tempo, anche di ente previdenziale che raccoglie i contributi degli stessi dipendenti e liquida loro la pensione. Non era quindi giusto che, nell'ipotesi che il dipendente statale, per qualsiasi motivo, non fosse riuscito a raggiungere la sua rendita durante il servizio di ruolo, lo Stato potesse trattenere i contributi già incamerati, in un certo senso lucrando sulla vicenda personale del lavoratore. Ecco dunque la legge 322 che impone il trasferimento di tutti i contributi all'Inps, ove l'interessato, non essendo più un pubblico dipendente, può ancora utilizzarli secondo le sue convenienze.
È giusto il caso dei contributi delle dipendenti statali che, nell'ipotesi di dimissioni dal servizio prima dei 65 anni, passano all'Inps e questo ente, per legge, deve loro liquidare la pensione di vecchiaia al compimento di 60 anni di età. E solo ora i tecnici ministeriali si sono resi conto che, in presenza della legge 322, l'aumento dei 65 anni per le donne statali rischia invece di riversarsi, quasi per intero, sui bilanci dell'Inps, incolpevole convitato di pietra.
Soluzione obbligata della vicenda: cancellare la legge 322. L'occasione propizia per il Governo è la imminente conversione in legge del decreto 78 sulla manovra anti-crisi. Con la nuova legge scomparirà dal panorama previdenziale un provvedimento che per oltre 50 anni ha garantito a migliaia di pubblici dipendenti un tranquillo futuro previdenziale. Si salvano dalla cancellazione della 322 le lavoratrici che hanno già lasciato e quelle che lasceranno il servizio prima della conversione in legge del decreto. Sulle altre cadrà inesorabile la mannaia dei 65 anni. Purtroppo nella abrogazione della 322 verranno coinvolti anche gli statali uomini e qualunque altro assicurato all'Inpdap, come i dipendenti degli enti locali.
In futuro, chi lascerà il servizio senza avere i requisiti per la pensione (età e contributi insieme), per avere la pensione dall'Inpdap avrà due strade a disposizione: o pagare contributi volontari fino al raggiungimento dell'età o totalizzare i contributi Inpdap con altre contribuzioni (ammesso che ve ne siano). Altrimenti, lo Stato si terrà stretti i contributi del dipendente, con buona pace della vecchia etica previdenziale.
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