Tina Modotti, la libertà di cambiare l'inquadratura della vita
lunedì 7 giugno 2021

Sono i primi di aprile del 1939. Il transatlantico RMS Queen Mary naviga con solenne lentezza, fendendo la fredda brezza della sera. Sul ponte di prua c’è solo una figura solitaria, distesa su una chaise longue, rannicchiata sotto le coperte: non legge, non fuma, guarda verso l’orizzonte «che non si avvicina mai». «Signora Modotti?». È qui che il giornalista Michele Smargiassi costruisce un’intervista Impossibile e immaginaria, ma “non improbabile” nei contenuti e nello stile, con Tina Modotti, fotografa, e tante altre cose. «Una donna che ha ricominciato tante volte nella sua vita: piccola emigrante friulana. Operaia tessile. Artista bohémienne. Diva del cinema. Comunista perseguitata. Giornalista e scrittrice. Musa di poeti e pittori. Sofisticata fotografa. Bellezza affascinante, compagna di uomini straordinari. Agente segreta del Comintern…». No, «si fermi per favore – risponde l’immaginaria Modotti -. Quante stupidaggini, banalità, quanti pregiudizi. Lei è un uomo, quelle etichette me le hanno tagliate addosso degli uomini. Anche lei mi sta facendo a fette. Io ho una vita sola». Al massimo si «cambia inquadratura». Tina Modotti parla da fotografa. «Sì, dopo tutto, è il mestiere che indicai sulla scheda di iscrizione al partito. Che strano, non trova? Dichiari di essere qualcosa, proprio nel momento in cui smetti di esserlo». Tina Modotti fotografa è quella del Messico. In Europa, fra Berlino e Mosca, di fatto non fotograferà più. Almeno come vorrebbe, perché non basta avere una macchina fotografica con sé per essere fotografa. «Sono stata fotografa in Messico. Per nove anni soltanto, dei miei quarantatré. Fotografa? Sa quante fotografie ho fatto? Poche centinaia». Eppure Tina Modotti ha lasciato il segno. E nelle pagine che Smargiassi costruisce in Voglio proprio vedere (Contrasto, pagine 156, euro 24,90) emerge tutta la sua grandezza. Modotti come Nadar, Eugène Atget, Robert Capa, Vivian Maier ed W. Eugene Smith. Tutti si raccontano al giornalista di oggi, uno dei più attenti osservatori del panorama fotografico, con l’intenzione, usando le parole (vere) di Capa, che «tutte le cose scritte in questo libro, vere o meno che siano, forse hanno qualcosa a che fare con la verità».

Una lettura giocosa e brillante, che non sveliamo oltre, lasciando tutta la curiosità a chi volesse approfondire questa figura assolutamente anticonformista, icona della fotografia e dell’impegno civile, anche dopo aver visitato al Mudec di Milano (fino al 7 novembre) la grande mostra Donne, Messico e Libertà a cura di Biba Giacchetti, dedicata ad Assunta Adelaide Luigia Modotti Mondini, più semplicemente Tina Modotti, nata nel Borgo Pracchiuso, Udine, nel 1896, e morta a Città del Messico nel 1942. Esposte un centinaio di fotografie, stampe originali ai sali d'argento degli anni Settanta realizzate a partire dai negativi di Tina, che il compagno Vittorio Vidali consegnò al fotografo Riccardo Toffoletti, che fu protagonista della sua riscoperta, oltre a lettere e documenti conservati dalla sorella Jolanda, e video per un racconto affascinante di questo «spirito libero, che – annota la curatrice – attraversò miseria e fama, arte e impegno politico e sociale, arresti e persecuzioni, ma che suscitò anche un’ammirazione sconfinata per il pieno e costante rispetto di sé stessa, del suo pensiero, e della sua libertà».

Tina Modottti, 'Donna con bandiera', Messico, 1928

Tina Modottti, "Donna con bandiera", Messico, 1928 - © Tina Modotti

Emigrata negli Stati Uniti e stabilitasi poi Messico, viaggiò poi in Russia e in un’Europa degli anni ’30, profondamente divisa tra fascismo e antifascismo. Si impegnerà in prima linea per portare soccorso alle vittime civili di conflitti come la Guerra di Spagna, condividerà in questi stessi anni la propria vita con Vittorio Vidali e, al contrario del suo compagno, non potrà mai tornare alla sua amata terra natale a causa delle sue attività antifasciste e di una morte prematura avvenuta nell’esilio messicano a 46 anni, alla quale resero omaggio artisti come Picasso, Rafael Alberti e Pablo Neruda che le dedicò una celebre poesia. La sua riscoperta inizierà negli Anni Settanta grazie a Vidali, che rientrato in Italia e divenuto poi senatore, inizierà a scrivere di Tina e a rendere pubblico il suo lascito artistico, forte anche di un interesse internazionale espresso dalla retrospettiva dedicata a Tina Modotti dal Moma di New York, nel 1977. Con la nascita del Comitato Tina Modotti, si avvia la ricostruzione della collezione più esaustiva delle sue opere e dei documenti che riguardano la sua vita avventurosa, che si possono ripercorrere in mostra e nel catalogo (24Ore Cultura).

Poverissima e costretta ad andare oltreoceano Tina, avrebbe potuto seguire la carriera di attrice. Ma la sua scelta di libertà la porta verso lo studio, e l’approfondimento delle sue innate doti artistiche, coltivate nel circolo delle frequentazioni del suo primo compagno - il pittore Robo - fino all’incontro con Edward Weston, non ancora celebre, che la inizia alle tecniche fotografiche. Se Weston sarà il suo mentore, si deve a Tina la scelta di andare in Messico per condividere un rinascimento artistico che poggiava su basi sociali e culturali nella fase post rivoluzionaria, nelle avanguardie estridentiste, nella frequentazione di pittori e poeti: da Frida Kahlo a Diego Rivera, da José Clemente Orozco a David Alfaro Siqueiros. Ma Tina non esiterà ad abbandonare l’arte per il crescente impegno politico. A causa di questo verrà ingiustamente accusata di complicità nell’assassinio del suo compagno, il giornalista cubano Mella, e poi di aver preso parte all’attentato al presidente messicano, Pascual Ortiz Rubio. Verrà cacciata dal Messico. E dopo aver rifiutato la disponibilità americana (al costo delle sue idee), iniziò una fase da rifugiata politica e nomade, in Germania, in Russia, prima di impegnarsi direttamente nella guerra di Spagna in soccorso delle vittime del conflitto, con particolare attenzione ai bambini. Tina, affaticata nel corpo e nello spirito, verrà accolta nuovamente in Messico, dove vivrà nell’ombra i suoi ultimi anni accanto a Vittorio Vidali.

«Amico mio – riprende la Modotti di Smargiassi -, lei insiste, ma quella che lei sta fissando non è una fotografa, è una donna malata. Non lo dica a Vittorio. Una donna che ha consumato tutte le sue vite, come dice lei, logorata da quelle che gli altri hanno tentato di metterle addosso».

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