venerdì 10 novembre 2017
La critica letteraria non solo ha perduto autorità, legittimità e spazio rispetto al valore centrale (magari eccessivo) che aveva fino agli anni Settanta del secolo scorso. Ora mi sembra che sia avvenuto qualcosa di ulteriormente negativo: critica e critici sono quasi sospettati di indegnità morale, oltre che di irrilevanza culturale. A chi esercita la critica delle arti si tende ad attribuire moventi meschini, torbidi, inconfessabili. La creatività estetica, anche se contiene poco di creativo e poco di estetico e anzi avvilisce e inquina l'ambiente culturale inventando confezioni e involucri che occultano la realtà, la natura, i fatti sociali, tuttavia, in quanto presunta creatività, è ritenuta intoccabile: sottratta per principio alla valutazione. Mentre un tempo e soprattutto nel corso della modernità, critica e cultura erano una cosa sola (in Socrate, Dante, Baudelaire, Tolstoj e quasi tutto il Novecento), oggi cultura e critica vengono istintivamente dissociate, separate, perfino contrapposte. Chi critica i fatti e gli oggetti culturali, invece di essere visto come un difensore della verità e del valore, viene più spesso giudicato un malevolo, invidioso, astioso nemico di coloro che “creano”. Ma in questo modo l'idea astratta, generale e generica di cultura viene usata come valore sempre e comunque positivo: un apparato di difesa preventiva che esclude la possibilità del giudizio e colloca ogni prodotto sedicente “culturale” fuori discussione. Il risultato è l'attuale inconsulta iperproduzione di pseudo e semi-cultura, cultura-intrattenimento, massa di oggetti effimeri, estetizzanti, possibilmente ingombranti, eppure promossi a feticcio. Come osservò Theodor Adorno in un saggio del 1960, «chi dice cultura dice amministrazione»: la cultura è diventata un ambito e un settore dell'amministrazione statale, con le sue burocrazie, i suoi finanziamenti e bilanci, le sue cerimonie in presenza di assessori e autorità politiche, i suoi intellettuali e artisti ufficializzati, le sue icone pubbliche, le sue star mediatiche, i suoi benemeriti presidenti, direttori, comitati, ecc. Recentemente, nel corso di una doverosa e benintenzionata cerimonia pubblica per Giacomo Debenedetti, nessuno ha osato dire la cosa vera: che era un critico. Lo si è definito eminente studioso, grande storico della letteratura e simili. Critico, no. La critica e i critici danno fastidio, sono indegni di lode, sono sospetti.
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