sabato 27 dicembre 2008
Santa Famiglia di Gesù,
Maria e Giuseppe (Anno B)

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, [Maria e Giuseppe] portarono il bambino [Gesù] a Gerusalemme per presentarlo al Signore " come è scritto nella legge del Signore (...). Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio (...) Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch'egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele» (...).

Portarono il bambino a Gerusalemme, per offrirlo al Signore. Il figlio è dato ai genitori e subito è da loro offerto ad un sogno più grande, intrecciato da subito alla sorte di Dio e della città dell'uomo. Per dire che i figli non sono nostri, stanno ad una profondità abissale che non raggiungeremo mai, appartengono alla loro vocazione. Devono realizzare non i nostri desideri, ma il desiderio di Dio. Questa è la prima santità della famiglia: santità è quando nella mia casa mi sento amato e sono capace di amare, dimorando dentro un amore più grande della mia casa, quello di Dio. Allora la vita fiorisce in tutta la sua misteriosa densità e bellezza.
Nel tempio il bimbo passa dalle braccia di Maria a quelle di Simeone, in un gesto carico di fiducia. Simbolo grande, invito forte a prendere fra le proprie braccia, con fiducia, la misteriosa presenza di Dio, che si incarna, che abita, che si offre nel volto, nei gesti, nello sguardo di ognuno dei miei cari. Fra le mie braccia, come il santo Simeone, io stringo, stringendo te, la Divina Presenza. Io abbraccio, abbracciando te, le impronte delle dita di Dio su di te. Sfiorando con lo sguardo o la carezza, o ascoltando ogni mio familiare, potrò pregare con la gioia di Simeone: «i miei occhi hanno visto la tua salvezza». Potrò dire ad ognuno dei miei: tu sei salvezza che mi cammina a fianco.
Simeone dice tre parole immense: egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti, segno di contraddizione. Rovina, risurrezione, contraddizione. Tre parole che danno respiro alla vita.
Vale per me oggi la sua profezia: Sii per me rovina e risurrezione, Signore. Non lasciarmi mai nell'indifferenza, Cristo mia dolce rovina (Turoldo) che rovini il mio mondo di maschere e bugie, che rovini la vita illusa.
Contraddicimi, Signore: contraddici i miei pensieri con i tuoi pensieri, questa mia amata mediocrità, le sicurezze del Narciso che è in me, l'immagine falsa che ho di te.
Sii mia risurrezione, quando sento che non ce la faccio, quando ho il vuoto dentro e il buio davanti; dopo il fallimento facile, la fedeltà mancata, l'umiliazione bruciante risorgi con le cose che amavo e credevo finite.
Anche a te una spada, Maria: non sei esente dal dolore. La fede non produce l'anestesia del vivere. Ma non lascia mai affondare nella banalità. E se la spada sarà contraddizione e sembrerà rovina, verrà comunque, nel terzo giorno, la terza parola di Simeone: egli è risurrezione.
(Letture: Genesi 15,1-6; 21,1-3; Salmo 104; Ebrei 11,8.11-12.17-19; Lc 2,22-40)
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