martedì 11 gennaio 2005
Questo voglio, così ordino: la mia volontà valga al posto delle ragioni addotte.Leggo che il Kaiser Guglielmo II nel 1893, ricevendo un ritratto che gli era stato presentato da un pittore, avesse scritto di suo pugno sul retro questa frase che in latino è ancor più lapidaria: Hoc volo, si iubeo: sit pro ratione voluntas. A scriverla era stato il poeta latino Giovenale (55-135 ca.), che nelle sue Satire aveva sferzato i vizi della Roma imperiale. In realtà questa considerazione sul ricorso all"imposizione invece dell"argomentazione egli la applicava a una moglie petulante. Tuttavia la volontà dispotica che prevarica sfregiando ogni ragione e ogni logica è una caratteristica equamente ripartita tra femmine e maschi, caso mai con una prevalenza per questi ultimi.Talvolta si rimane stupiti di fronte all"ostinazione di chi non vuole sentire ragioni e adotta come unico metro il suo volere ottuso e caparbio. Lo si dice spesso dei bambini che, una volta intestarditi, diventano insopportabili. Ma questo comportamento, che spesso è segno di impotenza e di consapevolezza inconfessata del proprio torto, è rintracciabile in ogni fase della vita e in ogni tipo di persone, che rivelano così un"immaturità sostanziale, illusoriamente ammantata di sicurezza e forza. Procedendo per questa via, si può giungere fino all"estremo: era ancora un latino, il retore e avvocato Quintiliano, contemporaneo di Giovenale, a ricordare che «i delitti non hanno cervello». Per questo è sapiente e coraggioso il monito di Cristo a «non opporsi al malvagio": se ti costringe a fare un miglio, tu fanne due con lui»: mai, infatti, riusciresti a convincerlo con la ragione.
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