Marc Augé ha ragione: evviva il bistrot Ma non facciamola lunga
venerdì 11 dicembre 2015
Il Metodo, da Cartesio in poi, è sinonimo di macchina culturale francese. Dunque, nella loro arte metodicamente disciplinata di “fare libri”, gli autori francesi sono imbattibili. E anche, a volte, insopportabili. La loro grande saggistica da Montaigne e Pascal agli enciclopedisti, fino a Baudelaire, Valéry, Weil e Camus, negli ultimi cinquant'anni è diventata troppo spesso una scrittura che sa di fabbrica universitaria: libri il cui contenuto poteva essere esposto, con profitto stilistico e sollievo del lettore, in articoli di poche pagine. Quando si attaccano a un'idea, i francesi non la mollano più, la geometrizzano con implacabile metodo, la spremono fino all'ultima goccia, la dilatano, la applicano indefessamente a tutti gli aspetti reali e possibili del tema prescelto, non solo esaurendo curiosità e aspettative del lettore, ma andando oltre: ripetendo, variando e lasciando senza fiato.Mi dispiace di aver notato questo perfino nell'ultimo breve, agile, simpatico libro di Marc Augé Un etnologo al bistrot (Cortina, pagine 98, euro 10). Augé è un maestro del libro breve. Ma sempre libro deve essere. È il mercato editoriale, è l'accademia a richiederlo. I volumi di saggi sparsi nessuno li vuole né scrivere né leggere: parlando di più cose, non sono bibliograficamente identificabili perché non si sa come intitolarli. Negli anni Cinquanta, lo stesso Barthes, poi molto peggiorato, avrebbe scritto una “filosofia del bistrot” in tre, quattro pagine. Oggi perfino un uomo discreto come Augé non riesce a evitare la ridondanza.Comunque, il libro è confortevole. È un inno, o meglio ormaiun'elegia dedicata al quotidiano stile di vita dei francesi, che sono stati per circa tre secoli gli europei per antonomasia, nella loro imperdibile, indimenticabile e protagonistica capitale amata in tutto il mondo. La vita del bistrot è da Augé nostalgicamente evocata e descritta. Rappresenta il mito di una quotidianità sia protetta che disponibile e rilassata, fra blanda solitudine e blanda socialità, in una eccitante e rassicurante promiscuità extrafamiliare. Oltre che di bistrot, si parla di brasserie e di bar (mai fare confusione!), di specifici spazi pubblici e semiprivati, in cui a metà Novecento si potevano incontrare o Breton o Sartre, ma anche, come tuttora, frettolosi giovanotti e abitudinari anziani in cerca di un po' di compagnia. Proprio in un bistrot il giovane Augé poteva sognare, con un compagno di liceo, di fondare un nuovo movimento letterario o filosofico. Un capitolo è dedicato a Maigret, «sensibile al sapore di un grappino o di un calice di bianco», un altro al surrealista Aragon... Socialità urbana quieta e fantasticante, di cui i nuovi tempi sono nemici.
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: