Ma nessuna spiegazione potrà mai giustificare gli orrori del terrorismo


Alfonso Berardinelli venerdì 16 dicembre 2016
Spiegare e capire il male non significa giustificarlo né tanto meno approvarlo. Su questa elementare distinzione, non sempre accettata e su cui nascono frequenti malintesi, si conclude il libro di Fabio Dei Terrore suicida. Religione, politica e violenza nelle culture del martirio (Donzelli, pagine XVI-176, euro 18,00). L'autore insegna antropologia culturale all'università di Pisa, dichiara di non essere un esperto di terrorismo né di cultura islamica. Parla dunque da antropologo e filosofo morale che indaga il rapporto fra idee, fedi politiche e religiose, contesti di cultura e comportamenti individuali. Senza un retroterra di antropologia culturale, l'etica infatti si astrattizza in affermazioni generiche che non danno ragione del perché e del come la violenza viene attuata. Tra le varie forme di violenza politica e cosiddetta religiosa, il terrorismo suicida è la più inquietante perché può suscitare, nonostante le reazioni immediate di condanna, una mescolanza di orrore e di riconoscimento, se non perfino di ammirazione. Chi si uccide uccidendo altri esseri umani e compiendo stragi appare nello stesso tempo come un “mostro incomprensibile” e un martire coerente fino all'estremo nell'affermazione della sua fede e nella difesa del suo popolo.
Di fronte al moltiplicarsi e al contagio recente del terrorismo suicida che si richiama all'islamismo radicale, l'Occidente sente di dover fronteggiare un nemico assoluto della propria civiltà e della civiltà: eppure quel “dare la vita” in una guerra contro il nostro modo di vivere e di pensare può richiamare il sacrificio di sé che storicamente ha caratterizzato i nostri stessi movimenti di liberazione e indipendenza nazionale. Circolano perciò e hanno una certa autorità teorizzazioni che spiegano le cause del terrorismo giustificandolo. C'è chi sostiene che la prima fonte di violenza è lo Stato e che la stessa legge è fondata esclusivamente sulla forza: si conclude quindi che il terrorismo individuale e di gruppo è solo una “comprensibile e quindi giusta” reazione a una violenza primaria ipocritamente occultata. Altri pensano che l'attuale terrore islamista, da al-Qaida al Daesh ai foreign fighters, sia solo l'effetto ritardato del colonialismo occidentale. Ma il giudizio di condanna del terrorismo non può essere modificato da nessuna “spiegazione” sociale e storica. Il crimine resta crimine anche se è ideologico e suicida.
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