La forza della Chiesa non si chiama potere
sabato 2 febbraio 2019
Quale è la forza della Chiesa? In che cosa essa è riposta? E come si manifesta il suo potere? Anche chi ha solo una conoscenza non particolarmente approfondita della storia, sa bene che queste domande hanno da sempre scandito l'esistenza ormai più che bimillenaria della Chiesa. E che, a questo proposito, molte delle pagine scritte non sono esattamente tra le sue più lusinghiere. Pagine che parlano di alleanze, richieste e offerte di protezione, anche di guerre, in uno scambio di legittimazione tra poteri, politico e spirituale. Ma quella a cui bisogna guardare, ha detto qualche giorno fa Papa Francesco parlando ai vescovi di Panama citando monsignor Óscar Arnulfo Romero, è una Chiesa «svuotata da ogni arroganza o autorità, intesa come pretesa di potere». Ovvero una Chiesa che non trova la sua forza «nell'appoggio dei potenti o della politica» ma nella "kenosis", cioè nello svuotamento e nell'umiltà. Una Chiesa «povera» perché la povertà è «madre e muro», impegnata a «rubare» i giovani alla strada e a quella cultura della morte che vende loro solo fumo. Infatti «nella Chiesa Cristo vive tra di noi, e perciò essa dev'essere umile e povera, perché una Chiesa arrogante, una chiesa piena di orgoglio, una Chiesa autosufficiente non è la Chiesa della kenosis». Al contrario attraverso questo «svuotarsi» la Chiesa diviene «sempre più libera», diviene «una Chiesa che non vuole che la sua forza stia – come diceva monsignor Romero – nell'appoggio dei potenti o della politica, ma che si svincoli con nobiltà per camminare sorretta unicamente dalle braccia del Crocifisso, che è la sua vera forza».
Nel maggio del 2005, incontrando i membri della Pontificia Accademia ecclesiastica (la scuola della diplomazia della Santa Sede), Benedetto XVI raccomandò ai futuri nunzi apostolici di «coltivare in voi le due dimensioni costitutive e complementari della Chiesa: la comunione e la missione, l'unità e la tensione evangelizzatrice... Per svolgere in modo adeguato il servizio che vi attende e che la Chiesa vi affida, occorre una solida preparazione culturale... È poi indispensabile che, ad un livello ancor più profondo, vi proponiate come scopo fondamentale del vostro vivere la santità e la salvezza delle anime che incontrerete nel vostro cammino. A tal fine, cercate, senza stancarvi, di essere sacerdoti esemplari... siate sacerdoti secondo il cuore di Cristo... Non lasciatevi mai tentare dalla logica della carriera e del potere». E nel 2012, in visita alla diocesi di Frascati, affermò che la Chiesa «non predica ciò che vogliono sentirsi dire i potenti» e il criterio utilizzato dai profeti «è la verità e la giustizia, anche se sta contro gli applausi e contro il potere umano». Gesù, aggiunse, ricorda ai suoi discepoli che «non devono essere attaccati al denaro e alla comodità», e che «non riceveranno sempre un'accoglienza favorevole: talvolta saranno respinti; anzi, potranno essere anche perseguitati. Ma questo non li deve impressionare: essi devono parlare a nome di Gesù e predicare il Regno di Dio, senza essere preoccupati di avere successo. Il successo lo lasciano a Dio». Solo da questa prospettiva – "verticale" e non "orizzontale" – la parola della Chiesa è credibile. E dà dimensione a quella che è la sua autentica forza. Quella che nonostante gli errori, le cadute, le colpe, da oltre venti secoli la vedono attraversare la storia.
Una volta Stalin, per irridere un interlocutore che gli consigliava di non sottovalutare il "peso" del Vaticano, chiese con sarcasmo: «Quante divisioni ha il Papa?». Raccontano che nel 1953, alla morte del leader sovietico, papa Pacelli disse a un suo collaboratore: «Ora Stalin vedrà quante divisioni abbiamo lassù!».
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