Il coraggio necessario per non «arruolare» Dio
sabato 16 aprile 2022
«Gott mit uns» – ovvero «Dio con noi» – era il motto inciso sulla fibbia del cinturone nelle divise dei soldati della Wehrmacht, le Forze armate tedesche durante il regime nazista. E questa è una cosa nota più o meno a tutti. In realtà la storia dell'uso di quel motto è molto più antica, una storia che parte dal Dominus nobiscum, urlo di battaglia dell'esercito di Bisanzio, passando per l'Ordine Teutonico, la Guerra dei trent'anni, la Prussia, l'Impero russo, la Repubblica di Weimar, eccetera eccetera. Tutto questo per dire che il vizio di tirare Dio per la giacchetta, come sta avvenendo anche nel conflitto tra Russia e Ucraina, non è roba di oggi: è una cosa antica come il mondo, è sempre esistita. E non è neanche un'oscena prerogativa dei cristiani – dai riti propiziatori degli Assiri all'Allah akbar che negli ultimi anni tanto spesso è stato associato al terrorismo (anche se, contrariamente a quanto si crede, non è un motto distintivo degli Shahid, i fanatici attentatori suicidi, ma un semplice saluto) – ma è trasversale a tutte le culture e a tutte le religioni. Un modo blasfemo di accampare la pretesa che Dio sia schierato dalla nostra parte per aiutarci a uccidere i nostri nemici. Senza pensare che, se Dio è Padre, lo è di tutti, quindi anche dei nostri nemici, che dunque sono nostri fratelli.
Ogni guerra è, allora, una perpetuazione del delitto di Caino, un fratricidio continuo che si ripete da secoli, impossibile da arrestare. E le domande finiscono per affastellarsi le una une sulle altre: da che parte sta Dio? Quale guerra può essere definita "giusta"? Esiste, in assoluto, una guerra che si possa definire in quel modo? Sono domande implacabili, che tornano, e tornano, e tornano ancora, ogni volta. Il Catechismo della Chiesa cattolica in proposito spiega che «si devono considerare con rigore le strette condizioni che giustificano una legittima difesa con la forza militare. Tale decisione, per la sua gravità, è sottomessa a rigorose condizioni di legittimità morale. Occorre contemporaneamente: che il danno causato dall'aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo; che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci; che ci siano fondate condizioni di successo; che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare. Nella valutazione di questa condizione ha un grandissimo peso la potenza dei moderni mezzi di distruzione». Il Catechismo dice molto altro, ma già questo basta a far capire due cose: che nessuna delle troppe guerre di cui siamo stati spettatori (o magari anche attori) può essere definita "giusta", e che Dio non si schiera, non "fa il tifo" per nessuno. Siamo suoi figli. Tutti.
Perché, ha detto Francesco domenica scorsa all'omelia della Messa nella Domenica delle Palme, «quando si usa violenza non si sa più nulla su Dio, che è Padre, e nemmeno sugli altri, che sono fratelli. Si dimentica perché si sta al mondo e si arriva a compiere crudeltà assurde. Lo vediamo nella follia della guerra, dove si torna a crocifiggere Cristo. Sì, Cristo è ancora una volta inchiodato alla croce nelle madri che piangono la morte ingiusta dei mariti e dei figli. È crocifisso nei profughi che fuggono dalle bombe con i bambini in braccio. È crocifisso negli anziani lasciati soli a morire, nei giovani privati di futuro, nei soldati mandati a uccidere i loro fratelli. Cristo è crocifisso lì, oggi». Dobbiamo avere il coraggio di far vincere la pace.
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