giovedì 22 gennaio 2004
Un estraneo, che giudica il nostro carattere dalla nostra opera, è miglior giudice delle persone che ci stanno vicine e che giudicano la nostra opera da quello che sanno di noi. Un editore mi ha chiesto il parere per la pubblicazione dello scritto di una persona che conosco. Leggendo quei fogli mi trovo imbarazzato: l'opera non mi piace, ma ammiro e mi è caro l'autore. Non so ancora come mi comporterò, ma mi viene in mente una frase che un tempo avevo annotato di Jean Cocteau (1889-1963), scrittore dell'avanguardia francese, amico di pittori come Picasso, di musicisti come Stravinskij, di poeti come Apollinaire, nella sua opera Oppio dà un consiglio utile al mio caso e a tutti coloro che devono esprimere un giudizio sul lavoro di un altro. È un consiglio per certi versi scontato: l'oggettività nel giudicare richiede distacco e libertà da condizionamenti. Meglio, perciò, un estraneo che non ha altre spinte emotive nel formulare giudizi. Nel mio caso sarebbe più corretto riconsegnare il tutto all'editore rimandando a un altro giudice (ammesso che questo atto non sia già passibile di un'interpretazione negativa). Giudicare è un'arte difficile ed è per questo che tanto ci si batte per l'imparzialità del giudice, impresa molto ardua di sua natura. A noi basti praticare più spesso, nella vita di ogni giorno, il monito di Cristo: «Non giudicate per non essere giudicati» (Matteo
7, 1). E se proprio dobbiamo farlo, usiamo una misura ampia e generosa. Rimane, comunque, l'impegno ad essere cauti. Un altro scrittore francese, Alfred de Musset (1810-1857), nell'opera teatrale Fantasio, faceva dire a un suo personaggio: «Ognuno ha i suoi occhiali, ma nessuno sa mai troppo bene di che colore siano le lenti dei propri».
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