giovedì 29 gennaio 2004
Prova anche tu, una volta che ti senti solo o infelice o triste, a guardare fuori dalla soffitta quando il tempo è così bello. Non le case o i tetti, ma il cielo. Finché potrai guardare il cielo senza timori, sarai sicuro di essere puro dentro e tornerai ad essere felice. Sono parole del Diario di Anna Frank, la ragazza ebrea tedesca rifugiatasi ad Amsterdam con la famiglia, ove però la raggiungerà il mostro nazista eliminandola nel 1945, a 16 anni. Il brano è comprensibile tenendo conto dei due anni di segregazione vissuti da Anna in una stanza murata prima di essere scoperta e deportata nel lager
di Bergen-Belsen. Da quella soffitta ove si consumano i suoi giorni, la ragazza vede uno squarcio di cielo e quella contemplazione non è più per lei un'esperienza visiva ma una visione dell'anima. Il cielo riesce a illuminare l'interiorità e a farne emergere la purezza e la bontà nascosta. Anche la persona superficiale oppure cattiva, se s'impegna per un istante a staccarsi dal suo grigio o truce orizzonte e a cercare il cielo, segno della trascendenza e del divino, scopre che ha ancora in sé un seme di luce, un germoglio di bontà. È in quello sguardo verso l'infinito che possono sbocciare le conversioni e può rifiorire, anche nella disperazione, la serenità. Proprio per questo è necessario ogni tanto levare il capo verso l'alto, stare in silenzio, scoprire il gusto della meditazione, far affiorare una preghiera. È solo per questa via che la grazia divina appare e s'irradia in noi e la pace penetra nel cuore, facendoci assaporare la vera gioia, "splendida scintilla divina", come la chiama il poeta tedesco Friedrich Schiller nel suo celebre Inno alla gioia.
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