HOSTIS O HOSPES?
giovedì 30 giugno 2011
La civiltà ha fatto un passo decisivo, forse il passo decisivo per eccellenza, il giorno in cui lo straniero, da nemico (hostis), è divenuto ospite (hospes). Il giorno in cui nello straniero si riconoscerà un ospite, allora qualcosa sarà mutato nel mondo.

Non è la prima volta che proponiamo un gioco di parole secondo una lingua classica, e per noi "materna", come il latino. Oggi ci affidiamo a un'assonanza che di per sé vorrebbe dire affinità e che, invece, a livello di significato, rivela un'antitesi. Da un lato c'è l'hostis, il nemico per eccellenza, con una connotazione più generale e quasi "nazionale" rispetto al puro e semplice inimicus personale. D'altro lato, ecco l'hospes, un vocabolo dal suono simile, ma dal valore ben diverso: è l'«ospite» che viene accolto con premura, come fece Abramo in quel caldo pomeriggio orientale nei confronti dei tre personaggi che si erano presentati davanti alla sua tenda sotto le querce di Mamre (Genesi 18). A proporci la sorprendente fusione dei due termini antitetici dell'hostis e dell'hospes è naturalmente il cristianesimo, ma per formularne la tematica abbiamo scelto le parole di un famoso teologo del secolo scorso, Jean Daniélou, creato cardinale da Paolo VI.
Egli ci fa osservare – e la sua nota ha un valore particolare soprattutto per noi italiani in questa fase storica segnata dall'immigrazione di persone appartenenti a differenti etnie, religioni e culture – che la civiltà nasce non tanto con le grandi scoperte, ma con un atto di umanità, di ospitalità. Essa non si può misurare solo in termini di tecnologia e sviluppo economico, ma soprattutto nella logica dell'accoglienza che trasforma il potenziale hostis in un hospes. Certo, questa scelta è complessa e anche faticosa, dev'essere calibrata ed è frutto di un impegno reciproco tra i due interlocutori, ma è l'unica «via stretta» verso la civiltà e la grandezza di un popolo.
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