Hitler e il Discobolo, memoria e spettri vecchi e nuovi
mercoledì 1 agosto 2018
Nel 1936 Adolf Hitler scelse la regista Leni Riefenstahl per realizzare un'opera cinematografica che fosse, grazie alle immagini dei Giochi Olimpici di Berlino, formidabile strumento di propaganda. L'Olympiastadion di Berlino diventò così un gigantesco set, il cui fine era l'esaltazione della razza ariana. Leni Riefenstahl, affascinata dall'antichità classica, con un escamotage cinematografico, fece “animare” la statua del Discobolo Lancellotti, una delle copie migliori dell'originale in bronzo di Mirone, con una dissolvenza. Il marmo si trasformava in un atleta, ariano, impegnato nella rotazione del lancio del disco.
Adolf Hitler, innamorato del genio della Riefenstahl e stregato da quelle immagini decise di acquistare la statua dalla famiglia Lancellotti per un milione di Marchi. Fu presentata il 9 luglio 1938 nel Museo Glyptothek di Monaco, alla presenza del Führer. Esiste una foto, oggi esposta nella pancia dell'Olympiastadion, che ritrae Hitler, in posa davanti al Discobolo. Impietosa. Raffigura un omino con dei ridicoli baffetti e la svastica al braccio dominato, anzi sovrastato dalla bellezza, dall'armonia, dalla perfezione di quella statua che guarda giù e sembra sorridere di fronte a tanta imbecille arroganza. Il Discobolo nel 1948 tornò in Italia e oggi si può ammirare al Museo di Palazzo Massimo alle Terme, a due passi dalla stazione Termini di Roma.
Tre giorni fa Daisy Osakue, discobola azzurra, torinese, è stata gratuitamente aggredita e ferita. Ennesimo episodio di una spaventosa (nel senso letterale, che fa paura) sequenza di violenze che si stanno diffondendo nel nostro Paese. Episodi che hanno un tratto comune: colpire chi è debole, perché donna o vecchio o fragile, e chi è diverso per colore, etnia o confessione religiosa. I capisaldi del disprezzo per gli “altri”, il motore della xenofobia e del razzismo, insomma. Daisy difende la maglia azzurra della Nazionale di Atletica Leggera, non è una spacciatrice, una ladra, un'immigrata irregolare. È una bella ragazza, nata a Torino, con alle spalle tanti anni di allenamento e studio negli Stati Uniti, che quando lancia il disco si tinge le treccine di azzurro e quando vince canta fieramente l'Inno di Mameli. Il razzismo, tuttavia, non fa distinzioni. Si fonda sull'ignoranza. Ignoranza che genera paura. Paura che genera violenza. Violenza che genera odio. Odio che genera ignoranza. Da lì si riparte, su un livello sempre più alto. È sempre stato così.
William Sheridan Allen, storico americano, pubblicò nel 1965 un saggio che si intitola: “Come si diventa nazisti”, la storia di una piccola città della Germania durante la Repubblica di Weimar i primi anni del Terzo Reich. Una tranquilla e normalissima cittadina di diecimila abitanti, Nordheim, tra il 1930 e il 1935, come tutta la Germania, cambiò volto, quasi senza accorgersene, tra sottovalutazione e silenzio degli indifferenti. «La fine della democrazia è sempre possibile e, oggi come allora, gli avversari della democrazia stanno anche dentro di noi, nel perenne conflitto, ch'è a un tempo sociale e psichico, tra bisogno di sicurezza e desiderio di libertà», commenta il sociologo Luciano Gallino nell'introduzione a quel saggio. Chissà che cosa ne pensa il Ministro dell'Interno, colui che dovrebbe garantire la sicurezza del Paese. Fra un tweet e l'altro, fra un'emoticon e un “bacione” ai suoi detrattori, viene da pensare che il clima che respiriamo sia frutto di una sorta di tragico lasciapassare.
Nel frattempo Daisy Osakue tornerà a lanciare il disco per la maglia azzurra. Lo farà presto ai Campionati europei di Atletica Leggera che si disputeranno a Berlino, proprio all'Olympiastadion. Quello dove Hitler guardava le gare, quello dove Leni Riefenstahl girava il suo documentario, quello soprattutto dove Jesse Owens diventò simbolo di quei Giochi Olimpici voluti per celebrare la razza ariana. Lui, nero dell'Alabama, vincitore di 4 medaglie d'oro. Perché la storia ha sempre in sé tanto la malattia che l'antidoto.
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