Girolamo, Agostino e il rispetto dell'altro
giovedì 19 settembre 2019

Ci ha fatto compagnia per diversi mesi, il bellissimo dipinto su san Girolamo che, un caro amico della Comunità, ci ha portato da studiare: opera pregevole di un pittore anonimo è stata per noi motivo di riflessione. San Girolamo, si sa, ebbe un rapporto abbastanza conflittuale con sant'Agostino, eppure la stima fra i due santi non venne mai meno, per quanto fossero diverse le prospettive con le quali guardavano la fede e la Scrittura. Indagare dentro l'epistolario fra Agostino e Girolamo aiuta a capire come noi siamo lontani dal rispettare le idee altrui e come le dispute si trasformino, abbastanza prontamente, in insulti e disistima, rendendo l'avversario facile bersaglio della stampa, sempre avida di casi limite. Il dipinto ritrae san Girolamo nella grotta di Betlemme, in contemplazione del crocefisso.

Tiene fra le mani una pietra perché, secondo la tradizione, così soleva vegliare nello studio della Scrittura. La pietra, oltre a servirgli per battersi il petto a motivo dei suoi peccati, era anche lo strumento che gli permetteva di svegliarsi qualora il sonno l'avesse vinto. Il breviario aperto è anacronistico infatti già commemora il santo, rimanda inoltre alla festa di san Francesco, lasciando intendere che questo dipinto era destinato ad un convento occupato prima dai gerolamiti e passato poi ai francescani. Colpisce, come in altri ritratti del santo, il volto umano del leone, compagno inseparabile del nostro cardinale, dottore in Sacra Scrittura e fondatore di una comunità di vergini studiose. Qui, però non è umano solo il volto del leone, ma è umana anche la morte. Proprio il teschio, posto nella parte bassa del dipinto, segna il centro vero del quadro. È una morte che ci guarda sorniona quasi per lanciarci un grande interrogativo. Come stare fra i piaceri di questo mondo e le urgenze della santità? Se il leone simboleggia, da un lato, la tentazione sempre in agguato e, dall'altro, il maligno, il quale come leone ruggente va cercando chi divorare; la morte rimanda alla fine di tutte le cose e alla necessità di restare fermi in ciò che è vero, eterno. In ciò che san Paolo chiama le cose di lassù. La risposta dell'anonimo pittore al dilemma della vita sta nello sguardo intensissimo di san Girolamo al crocefisso: lui ci salverà. Non sola fidei, né sola Scrittura e nemmeno lo sforzo umano della penitenza: ciò che ci salverà è la sequela a Cristo che ha allargato per sempre le braccia della sua misericordia sul legno della croce. Mi pare che al fondo del dibattito attuale, al fondo di certe innovazioni liturgiche ci sia, a volte, la tentazione di fuggire dalla croce e dalla sua logica di amore e giudizio insieme, di misericordia e verità, di perdono e di chiamata alla conversione. Sullo sfondo del dipinto abita una città delle Marche. Una città reale, forse adagiata nel profilo dei monti Feretrani, una città turrita che, ovunque si trovi, sempre rimanda a Gerusalemme. Girolamo, del resto, dalla sua grotta situata in Betlemme, guardava ogni giorno alla città santa per eccellenza. Una città dove come canta il Salmo tutti là sono nati. Anche le città possono trovare pace (lo shalom nascosto nel nome di Gerusalemme) solo guardando a quell'Unico Dio che ci può salvare. Un Dio che ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio per la nostra salvezza. Egli non ci ha offerto un codice di leggi morali e nemmeno una parola di speranza: ha dato se stesso nel Figlio. A un tale amore, risponde pertanto solo colui che dà se stesso gratuitamente per il bene dell'umanità.

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