Eco aveva ragione: il giornalismo culturale non insegua internet
venerdì 17 febbraio 2017
Ben pochi intellettuali italiani, probabilmente nessuno, si sono appassionati ai media di massa, ai giornali e ai settimanali come Umberto Eco. Oltre alla semiologia, alla filosofia del linguaggio e all'estetica, è stata la cultura di massa ad affascinarlo e a sviluppare in lui il desiderio di comunicare, di allargare il pubblico dei suoi lettori e infine di scrivere dei bestseller narrativi. Nel suo caso non si è trattato di romanzi scritti come letteratura e che hanno avuto la buona sorte di diventare bestseller. In Eco scrittore si è riversata tutta la sua passione per il vasto pubblico, tutta la sua competenza a proposito del gioco di azioni e reazioni che magnetizza il maggior numero di lettori. Lo si nota chiaramente anche nel modo, nel linguaggio che Eco usa per parlare di grandi classici del passato: li legge, li tratta soprattutto come geniali e astuti comunicatori e intrattenitori. Decidendo perciò di scrivere il suo primo romanzo, Il nome della rosa, non decise di passare dalla “scienza dei segni” e dalla sociologia culturale alla letteratura: decise di scrivere un bestseller. In molti casi (Il Gattopardo, Il giovane Holden, On the road, Cent'anni di solitudine) l'enorme successo è stato un esito che l'autore non aveva in programma. Quelli di Eco sono invece bestseller intenzionali. Potevano anche fallire, ma erano stati tecnicamente concepiti e realizzati per avere successo.
L'ultimo numero dell'Espresso ha ripubblicato una lunga intervista, più di dieci pagine, che alla fine degli anni Novanta Eco rilasciò a Livio Zanetti. Il tema erano i giornali e i settimanali, da quelli per l'infanzia all'Espresso stesso (su cui sia l'intervistato che l'intervistatore scrivevano). Naturalmente il futuro semiologo da bambino era appassionatissimo al Corriere dei Piccoli e al Vittorioso e sembra proprio che lì abbia imparato moltissimo.
Le cose più interessanti dell'intervista riguardano il giornalismo culturale italiano rispetto a quello anglosassone. Quello italiano è più vivace ma cede al pettegolezzo, quello anglosassone è più accurato e distaccato e preferisce delle oneste recensioni. Eco ha studiato la televisione, però l'ha frequentata pochissimo e da un certo momento in poi l'ha evitata. Quello che rimprovera al giornalismo stampato è il goffo tentativo di entrare in concorrenza con i suoi più temibili rivali, prima la televisione e poi internet, facendo così pubblicità al loro nemico. Dovrebbe offrire invece cose che in altri media non si trovano e trasmetterlo in tutt'altro linguaggio. Oggi questo vale ancora più di ieri. Il giornalismo culturale stampato, rispetto ai suoi concorrenti elettronici, ormai sembra appartenere più alla letteratura e all'alta cultura che alla cultura di massa.
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