È tempo di spirito critico verso questo progresso di «inutili utilità»


Alfonso Berardinelli venerdì 19 maggio 2017
Sono quasi sempre i Paesi più "progrediti" a capire per primi le illusioni e i pericoli del progresso. Sono state le nazioni occidentali più industrializzate a criticare più tempestivamente e più a fondo la società industriale. Chi invece non riesce a progredire, chi è arrivato tardi e male all'industrializzazione continua a correre dietro alla cosa che gli manca: ci fantastica sopra, ci spera, ne fa un sogno, un'utopia luminosa. I Paesi dell'Est europeo, che la rivoluzione comunista l'hanno avuta o è stata loro imposta, non la considerano né rivoluzionaria né comunista. Il disgusto, l'odio per le macchine, l'istinto di distruggerle perché distruggevano la vita dei lavoratori e la qualità del lavoro, si sono manifestati già tra Sette e Ottocento in Inghilterra. Per trasformare l'odio del capitalismo in una teoria e filosofia comunista, fondata sulla fede nello sviluppo industriale e produttivo, non potevano che farlo due giovani filosofi come Marx ed Engels, nati nell'arretrata Germania e arrivati a Londra dove la prima classe operaia della storia umana era quotidianamente, fisicamente visibile, schiacciata e immiserita dal macchinismo e dai ritmi di produzione. Noi italiani non abbiamo neppure ora una solida e diffusa cultura scientifica orientata all'utilità economica e all'organizzazione della società. È per questo che da noi è ancora possibile un "lirismo" del progresso tecnologico. È per questo che con uno slancio da primitivi usiamo in massa i cellulari anche come ornamento e come status symbol. Basterebbe fare una «gita a Chiasso» (come consigliava Arbasino), basterebbe superare anche di poco il confine per convincersi che l'uso dello smartphone non è necessario come respirare. Quando la tecnologia diventa una religione, o meglio un cieco dogma, è lo spirito critico, a volte il semplice buon senso, la sola difesa di un'umanità non asservita al feticcio di un'inutile utilità. Quando progresso, scienza, tecnica, sviluppo (capitalistico: il termine non è affatto obsoleto) non creano buona socialità né società migliori, diventa comprensibile e sano diffidarne. Il sintomo è segnalato da un articolo di Bernardo Valli, Tutti in piazza contro il progresso nell'ultimo numero dell'“Espresso”. Usare meglio ciò che si ha, la ricchezza già accumulata e la tecnologia già disponibile, per umanizzare rapporti sociali disumanizzati è più giusto e sensato che mettere in mano a un'umanità frastornata strumenti sempre più potenti.
© Riproduzione riservata

ARGOMENTI: