venerdì 3 novembre 2017
Orientarsi nella selva o boscaglia o sterpaglia dell'attuale poesia italiana è impresa non da poco. Seguo perciò abbastanza regolarmente la rubrica di poesia che Paolo Febbraro tiene settimanalmente sul Domenicale del Sole24Ore e Roberto Galaverni sulla Lettura del Corriere della Sera. La cosa che mi lascia più perplesso è che a volte (o direi spesso) i loro commenti critici sono migliori (perfino letterariamente) dei testi poetici commentati. Comunque non è di questo che vorrei parlare. Mi soffermo invece su una novità che mi sembra trascurata dalla critica: la comparsa del personaggio nelle opere di poesia. È un fenomeno abbastanza recente e particolarmente insolito, perché ciò che teoricamente e tradizionalmente definisce la poesia lirica è il monologo, la centralità dell'io. Non solo in Petrarca e Leopardi, Hölderlin, Dickinson e Rimbaud, anche nei lirici greci il personaggio è assente. Qualche eccezione si trova nei poeti più satirici e narrativi: per esempio Baudelaire, Gozzano, Saba, Eliot. Ma neppure Pasolini o Giudici sono riusciti a far entrare nella loro poesia dei veri personaggi. Solo Elio Pagliarani ha inventato «la ragazza Carla» nel suo poemetto omonimo del 1960. Negli ultimi due o tre decenni qualcosa è cambiato grazie ai libri di Bianca Tarozzi, Patrizia Cavalli, Anna Maria Carpi, Alba Donati. A un certo punto, lungo a strada, la loro autobiografia in versi ha incontrato dei personaggi, ha avuto bisogno di personaggi che spezzassero e superassero i confini dell'io. Ma forse più che una loro esigenza si è trattato di un imprevisto. La realtà di altri individui si è imposta anche a chi pensava di voler parlare solo di sé. Cominciò Bianca Tarozzi che nel suo primo libro, La buranella (Marsilio, 1996) rivelò un modo nuovo di fare poesia. I ritratti e le storie di personaggi occupavano tutto lo spazio. L'autrice si presentava soprattutto come una testimone della vita altrui. In Pigre divinità e pigra sorte della Cavalli (Einaudi 2006) compare all'improvviso il poemetto La guardiana che ritrae una donna realistico-allegorica, mentre più tardi in Datura (2013) va in scena La maestà barbarica, una sublime, enigmatica mendicante di Campo de' Fiori. La Carpi ha sempre dichiarato di avere bisogno degli altri e dello strano conforto che dà la loro anonima presenza nei luoghi pubblici: nelle sue poesie raccolte in E io che intanto parlo (Marcos y Marcos, 2016) senza i ritratti di alcuni personaggi l'autoritratto dell'autrice sarebbe impossibile. Infine Alba Donati: il suo Idillio con cagnolino (Fazi, 2013) si apre con il ritratto dello «zio Fernando» nel giorno in cui muore ed è la più bella poesia dell'intero libro.
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