Diciamo qualcosa di diverso sul “cibo”
venerdì 18 gennaio 2019
La rivista Parolechiave, edita da Carocci per conto della Fondazione Basso, produce solo numeri monografici, sempre di grande o grandissimo interesse. Gli ultimi, per capirci, riguardano parole come Tecnica, Socialismo, Giustizia, Questione meridionale, Schiavitù, Governance e perfino Umanità, affrontate da studiosi italiani e internazionali secondo competenze diverse ma con lo scrupolo di un rigore che è tanto scientifico quanto “politico”, estraneo alle mitologie correnti e, come dire?, al chiacchiericcio politico e giornalistico che ci circonda e ossessiona. Insieme, questi numeri formano una sorta di enciclopedia del nostro tempo molto più solida ed efficace di tutte le wikipedia che per vizio e pigrizia utilizziamo. L'ultimo numero è dedicato alla parola Cibo, una scelta che può sorprendere soltanto se la si associa alla moda iperconsumistica che travolge il mondo occidentale e ricco, alla diffusione forsennata di trasmissioni riviste conferenze associazioni libri che raccontano e propagandano quel che si mangia o si dovrebbe mangiare, discettano sulla qualità o rarità o voluttà che si vogliono collegare a questa parola, a ciò che, per sopravvivere, è nella nostra natura animale consumare quotidianamente per sopravvivere. Quello del cibo è un consumo indispensabile e che è accessibile a vari livelli, e permette vaniloqui e confronti infiniti riempiendo oggi non tanto gli stomaci quanto i cervelli, soddisfacendo la vanità e vacuità permesse da un'esperienza pur sempre comune. Ma rassicuriamoci, Parolechiave non va in questa direzione, e affronta uno degli aspetti più radicali delle mutazioni di cui siamo succubi: parla di mercato del cibo, di ogm, di controllo finanziario (capitalistico, e perlopiù, ma con modi nuovi e radicali, colonialistico e imperialistico) della produzione e diffusione e della qualità di ciò che l'umanità, in ogni parte del mondo, deve mangiare per sopravvivere. È un antidoto, dunque, al grasso esibizionismo dei grandi chef e alla loro invadenza nell'immaginario dei paesi ricchi, è un riportare il discorso sul terreno che gli è proprio dell'economia, della politica, dell'antropologia, della scienza, della medicina, delle differenze sociali e di quelle culturali. Dice Nora McKeon (di cui sta per uscire da Jaca Book un ampio saggio su questi temi) che il sistema produttivo attuale, multinazionale, «ha disconnesso il cibo dalle sue reti sociali e produttive» e lo ha trasformato «in una merce delocalizzata che fittiziamente “ci connette” attraverso l'anonimo consumo di prodotti globalizzati e standardizzarti». (Particolarmente appassionante è nel numero la parte che riguarda «i nuovi contadini» - migranti compresi, nel nostro paese - e le loro fatiche e le loro organizzazioni.)
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