«Io, monaca in Siria, dico che il dialogo con l'islam può aprire alla pace»

di Luca Geronico, inviato a Mar Musa
Suor Houda vive a Deir Mar Musa, antico eremo arroccato tra le montagne. «Quando si ascolta in profondità l'altro, si costruisce condivisione. Focalizziamoci non sui punti che ci dividono ma su ciò che ci unisce. E le donne possono avere un ruolo importante»
January 10, 2026
«Io, monaca in Siria, dico che il dialogo con l'islam può aprire alla pace»
Suor Houda Fadoul all'interno del monastero di Mar Musa, in Siria
Houda Fadoul, da più di 30 anni è monaca a Deir Mar Musa, l’antico eremo dell’XI secolo arroccato fra le montagne deserte del Qalamun dove, nel 1991, padre Paolo Dall’Oglio fondò la comunità “al-Khalil”, l’amico di Dio: tre decenni in cui la Siria ha sperimentato prima il regime poliziesco e repressivo degli Assad, poi la guerra civile scoppiata dopo la “Primavera siriana”, in seguito la presenza del Califfato islamico che ha occupato un terzo del suo territorio. Ora, a un anno dalla caduta di Bashar al-Assad, svanite le speranze di libertà, tutta la Siria vive grandi incertezze e il timore di precipitare in un regime fondamentalista basato sulla sharia islamica.
Suor Houda, scegliere di vivere a Mar Musa non è stato una sorta di rifugio in tutte queste tempeste. E, se non è una fuga, come ha vissuto, in quanto monaca, un tempo così travagliato per tutti i siriani?
Arrivare a Mar Musa, per me, è stato un cammino spirituale: in questo luogo mi sono incontrata con il Signore ed ho capito che dovevo essere monaca. Vivere qui non significa scappare, ma al contrario ascoltare veramente i bisogni della gente: chi viene a trovarci è affaticato, sono spesso persone che hanno sofferto molto, con ferite ancora aperte. E noi, come comunità, sentiamo la responsabilità di accogliere, di far sentire che il Signore qui è molto vicino, far vivere un momento di pace. Questo significa creare ponti, accogliere le sofferenze gli uno degli altri, superare le nostre aprendo il cuore verso il Signore, verso la luce e la speranza. Così Mar Musa diventa un centro dove si può condividere, indipendentemente dalla religione di appartenenza: qui possono venire cristiani e musulmani. Vengono persone che hanno lasciato la Chiesa, che non pregano più, atei: noi monaci cerchiamo di farli sentire tutti a casa.
Un “ministero dell'ascolto” tipico dei monaci. Come in questo servizio spirituale si diventa costruttori di pace?
Quando si ascolta in profondità, si comprende l’unicità di ogni persona, si percepisce che è il Signore che viene a trovarci attraverso questi ospiti. Allora si può dare un sostegno e un consiglio anche perché chi viene sin qui si è messo in cammino: le scale che si fanno per salire fino a Mar Musa sono come un pellegrinaggio. Questo incontro in profondità può aprire la possibilità di costruire la pace, di ritrovare la pace interiore.
Torniamo per un istante a Uda Fadul, ingegnere agrario in una fabbrica di pesticidi. Come è nata la sua vocazione alla vita monastica?
Non è nata dal nulla, provengo da una famiglia molto cattolica: sin da piccola partecipavo a tutte le feste, a tutti i digiuni. Ma andare a Mar Musa è stata una scoperta: mi ha attirato la semplicità del posto, e questa vocazione specifica verso i musulmani e verso le altre Chiese sorelle. Questo mi ha aperto il cuore per fare un passo in più, non più solo per Huda e per la sua famiglia, ma per tutta la Chiesa, per tutto il mondo, perché a Mar Musa si sente tutto il mondo. Non è stato facile perché la mia famiglia risiede nella parte vecchia di Damasco dove non abita nessun musulmano: né vicini di casa, né compagni di scuola. Non è stato facile dire a padre Paolo Dall’Oglio: «Io posso vivere questa vocazione, amare i musulmani, aprire una porta di amicizia con loro». Lo Spirito Santo mi ha aiutata a superare la mentalità tradizionale di tanti cristiani orientali che crescono con una ostilità verso l'islam, con una mentalità un po' chiusa, dura. Ho seguito l'insegnamento di Paolo, ho visto come riceveva la gente musulmana, con l’amore nel cuore come fanno i discepoli di Gesù. Così ho iniziato il mio cammino per vivere questo dialogo con l’islam, e ora provo gioia ogni volta che a Mar Musa arrivano dei musulmani.
Suor Houda, in questa sua vocazione particolare sente un richiamo alla pace?
Sappiamo molto bene che ci sono degli aspetti fondamentali, centrali delle due religioni che non vanno d’accordo. Ma se vogliamo vivere un dialogo, non dobbiamo focalizzarci su questi punti che dividono ma su quello che condividiamo, su come vivere un dialogo di vita: solo allora facciamo un passo avanti. Noi cerchiamo di far capire ai musulmani che la nostra fede ci ispira tanto rispetto per loro, non chiediamo a nessuno di essere cristiano, di essere battezzato, di credere a quello che noi crediamo. L'importante è che ognuno di noi rispetti la religione dell'altro e si apra una possibilità di vivere insieme in modo pacifico.
Seguendo l’intuizione del vostro fondatore, padre Dall’Oglio, come religiosi fate un quarto voto: la “badaliya”. Può spiegare che cos’è?
Con il battesimo ci si offre per l'amore che Gesù ha versato verso tutti gli uomini. Noi ci offriamo in particolare per l'amore di Gesù verso l'islam, verso ogni musulmano. Significa che io mi offro per ricevere queste persone dentro il mio cuore, per capire la loro vita, la loro cultura e mentalità, senza giudicare, senza volerli convertire. A poco a poco si può vivere questo: ci vuole sforzo, ci vuole sacrificio, ci vuole apertura verso di loro.
Ma non è un'utopia? La Siria conosciuto il Califfato, al-Qaeda uccide ancora, si teme dopo la caduta di Assad il ritorno della sharia. Anche chi ha sempre creduto nel dialogo ora pare disorientato e deluso.
È vero, è molto duro, e si dovrà lavorare tanto. Ci aspettavamo un’ altra esperienza, più apertura, ma le violenze avvenute sulla costa e nel Sud della Siria non danno tanto speranza. Noi, però, abbiamo la grande responsabilità di non cedere davanti a un fallimento. Dobbiamo andare avanti con piccole esperienze, con poche persone che credono ancora nel dialogo: noi cerchiamo di incoraggiare, innanzitutto, i giovani e le famiglie intorno a noi. Viviamo una realtà molto dura ma questo dialogo è necessario per la Siria: diversamente cammineremo su strade chiuse con il rischio per noi cristiani di non poter più vivere in Siria.
Un’altra esperienza dura deve essere stata la perdita dei contatti con padre Paolo Dall’Oglio.
Ho sentito una grande perdita: per la sua persona innanzitutto, ma anche del suo pensiero, di tutto il suo sacrificio. È una grande ferita. Nello stesso momento, come comunità, sentiamo solidarietà con le tante famiglie che hanno perso i loro cari e non sanno dove sono adesso: portiamo i nostri dolori insieme e chiediamo al Signore un po' di consolazione, un po' di chiarezza per queste persone di cui non si sa più nulla.
Suor Houda, nel 2012 lei prese il posto di padre Dall’Oglio espulso dalla Siria e ha guidato la comunità fino al 2021. Ha parlato già parlato al proposito di uno “specifico femminile”: cosa ha voluto dire agire da donna in questa situazione?
Non ho fatto questo da sola, ma con tutta la comunità, specialmente con padre Jacques Murad. È vero, in tantissime situazioni difficili al monastero, ho reagito come una donna: qui pensano che la donna ha “metà cervello”. Ma io ho sempre fatto quello che posso per proteggere la comunità e proseguire nella nostra vocazione. Una volta dei nostri operai sono stati accusati a un check-point di essere sostenitori di Assad. Allora ho telefonato a un “pezzo grosso” e l’ho rimproverato: «Non può dire questo di Mar Musa». Quell'uomo mi ha convocata: sono andata, gli ho ripetuto quello che pensavo. Mi ha ascoltata e poi mi ha lasciata andare. Se fossi stata un uomo, molto probabilmente, sarei finita subito in galera.
Vi è un “genio femminile” nel costruire la pace?
Le donne hanno il ruolo più importante per crescere i bambini, per costruire famiglie su basi di pace invece che di odio. Se una madre, invece di insegnare cose cattive contro l'altro, fa crescere con la pace dentro il cuore, possiamo avere generazioni nuove ,piene di pace.
Costruire la pace comporta anche una resistenza morale. A che cosa state resistendo ora in Siria?
In questo Paese c’era una tradizione di buon vicinato fra comunità, ma il passaggio della guerra ha distrutto tanti rapporti buoni fra cristiani e musulmani, come anche fra di noi cristiani. Se vogliamo ricostruire la Siria dobbiamo tornare a questo buon vicinato. Due settimane fa è venuto a Mar Musa un ragazzo musulmano che mi ha detto: «Noi a Raqqa abbiamo due chiese: una è costruita su un terreno regalato da un musulmano. Vedi, siamo stati sempre fratelli e dobbiamo tornare ad esserlo».
Quando capirà che in Siria si è imboccata la via della pace?
Ora la gente è molto stanca e scoraggiata, vuole partire dalla Siria. Tutto questo fa malissimo. Ecco, quando la gente non vorrà più partire, allora saremo sulla strada giusta.

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